TORINO FOOD

lunedì 26 agosto 2013

CROSTATA DI FICHI E CREMA DI MANDORLE dell'Araba Felice




Se credete che questa sia una crostata qualunque, scordatevelo.
Se pensate che sia il classico dessert, il dolce di fine pasto, siete fuori strada.
Questa  è una preparazione scelta e selezionata dall'Araba Felice! Poco importa che sia di Martha Stewart, Nigella Lawson,  Gordon Ramsey o altri nomi noti dell'universo culinar-mediatico.
E come tale merita considerazione e rispetto.
Perchè l'Araba, le sue preparazioni, non le sceglie così, a casaccio, alla carlona, alla c...o, per farla breve. No, lei le seleziona con cura, con attenzione, con criterio...con amore, mi viene da dire. Perchè sa che quelle preparazioni da lei segnalate verranno seguite e rifatte da decine, anzi, da centinai, anzi, migliaia, no miliardi di persone, e non le vuole deludere con preparazioni mediocri e raffazzonate: veloci, sì, furbe, sì, ma con gusto, gradevoli, di sicura riuscita.
E' con questo spirito che mi accingo, quindi, a preparare questa crostatina, da me adocchiata da un'annetto, cioè praticamente da quando è stata postata, senza avere mai il tempo o le materie prime per farla, leggi "fichi".
Diciamolo subito, anzi, ridiciamolo, perchè l'ho già detto all'inizio: NON E' una crostata come le altre. Punto. 
Anzi, non è affatto  una crostata. 
Per alcuni semplici motivi. 
Innanzi tutto perchè non è un pasta frolla, ma una pasta brisée, metodo sabbiato, quindi penso che si potrebbe anche chiamare "pasta sablée", ma essendo ignorante non poco in materia, lascio perdere la questione del nome e mi fermo a dire che è una pasta brisée, perchè ci mancano le uova e perchè praticamente non c'è zucchero (o meglio, ce n'è solo mezzo cucchiaino, la stessa dose di sale).
Ma soprattutto, non è una crostata, e non è nemmeno un dolce, perchè...non è dolce.
Infatti:  non è dolce!
Non è dolce il fragrantissimo guscio di pasta briséebarrasablée, ma nemmeno il ripieno, è dolce: una crema frangipane dove lo zucchero praticamente non si sente, ma lascia solamente un leggero retrogusto di dolcezza, un soffio di vento, un sospiro, direi.
Questo dolce (abbiamo ben detto che non è una crostata, no?), anzi, questo non-dolce, diciamo..questa preprazione, io non me la vedo solamente come  un bieco dolce, anzi, me lo vedo  anche servito come sfizio, tagliato magari a quadrottini, con accanto una fettina di dolce prosciutto di parma, o anche da solo, così, tipo finger food da "merenda sinoira" (dal piemontese, "merenda  cenereccia", cioè una merendina che potrebbe anche fare da cena leggera, verso le sei di pomeriggio, con salumi, grissini, aggiughine al verde etc etc), con un calice di spumantino brioso nell'altra (mano). Ma anche come dolce non ha nulla da invidiare ai suoi colleghi dolci-dolci, così pacchiani, così sfacciatamente....dolci, così stucchevoli, quei dolci faciloni da sagra paesana che al primo boccone ti fanno esclamare" che bontà!", al secondo "che buono!", al terzo "buonino..."  e al quarto "..basta!", e non riesci più a ingollarne altri  dalla nausea; dolci  grezzi, spessi, volgari, come quelle canzonacce  orecchiabili che subito ti piacciono da matti e dopo che le  hai sentite due volte ti fanno vomitare.  Questa crostata no....(lasciatemi dire crostata, solo per indicare che è friabile), lei è diversa, lei è elegante, discreta...ti si avvicina discretamente, quasi sottovoce, di classe, come sono le cose veramente eleganti, si insinua con un boccone e non ti fa urlare "al miracolo!", ma ti prende per mano e ti conduce verso un altro boccone, poi un altro, poi un altro, finchè....non è finita! E solo allora ti accorgi di quanto è buona. E bella. Già solo la sinfonia di colori data dai fichi cotti e la pasta leggermente colorita, che ricordano le foglie degli alberi a settembre, con quei rossi decadenti e gli ocra da sfondo, fa intuire la sua natura.
Che altro dire?
E' dell'Araba, c'è in effetti altro da dire? ,-)

PS. NOTE TECNICHE: ovviamente, essendo dell'Araba, mai e poi mai potrei io aggiungere qualcosa. Se non che, per il mio forno, forse erano sufficienti trenta/trentacinque minuti, ma lì, si sa, è questione di  forni.
Altra nota. Se proprio vogliamo far sì che si senta la sua natura di dolce, possiamo cospargere la superficie, prima di infornare, con dello zucchero, come si fa con la torta di mele. Accentuerà il contrasto salato (del guscio di pasta) con il dolce e secondo me non dovrebbe venir male neache così-
Terzo, la pasta. Seguite, seguite i consigli dell'Araba, lavoratela poco poco e non svegliate quell'accidenti di glutine, pena il ritrovarvi una suola gnecca e dura al posto della più fragrante, burrosa, leggera e vellutata pasta brisée (o sablée??) che abbiate mai assaggiato in vita vostra (insieme alla frolla montata con tuorli sodi di Montersino).

Ed ora la ricetta, copiata pari pari (con copia e incolla), dal sito dell'Araba, a cui potrete accedere tramite il link sottostante.





CROSTATA DI FICHI E MANDORLE 
da Living di Martha Stewart
per un dolce di circa 26 cm di diametro


per la crosta

160 g di farina
mezzo cucchiaino di sale
mezzo cucchiano di zucchero
113 g di burro freddo
da 2 a 4 cucchiai di acqua ben fredda

per il ripieno

100 g di mandorle pelate
75 g di zucchero semolato
un uovo intero
40 g di burro morbido
2 cucchiaini di farina
un pizzico di sale
dei fichi maturi, bianchi o neri
poco succo di limone

un altro uovo, solo per spennellare


Mischiare la farina con il sale e lo zucchero, dopodichè se si possiede un'impastatrice amalgamare il burro freddissimo a pezzetti al mix di farina usando la frusta a K finchè il composto si presenterà come tante grosse briciole.
Unire ora, con la frusta in funzione, un cucchiaio d'acqua ghiacciata alla volta, non superando i 4 previsti, e smettere non appena il tutto sta insieme.
Se non si possiede l'impastatrice intridere velocemente il burro nella farina con le mani, possibilmente non troppo calde, e unire l'acqua lavorando il meno possibile: non impastare! Semplicemente ammassare il composto con i palmi, tanto che rimanga insieme, non preoccuparsi se non sarà troppo omogeneo.
Avvolgere la pasta ottenuta nella pellicola e mettere in frigo per almeno 2 ore.
Intanto preparare il ripieno: nel mixer con le lame mettere le mandorle con lo zucchero e frullare finche' si ottiene una polvere fine. Ora unire, sempre nel frullatore, l'uovo, il burro, il sale e la farina. Frullare ancora fino ad avere una pasta della consistenza di una crema.
Riprendere la pasta e stenderla direttamente su carta forno aiutandosi con poca farina fino ad ottenere un cerchio di circa 28 cm di diametro.
Sarà piuttosto sottile.
Versare il ripieno sulla pasta in uno strato non spesso, lasciando circa 2 cm dal bordo liberi e sistemarvi i fichi precedentemente lavati, tagliati a fette e conditi con poco succo di limone.




Ripiegare ora i bordi sul ripieno premendo leggermente, e spennellare il bordo con poco uovo battuto.



Con delicatezza trasferire la torta con tutta la carta su una teglia abbastanza grande per contenerla, io il retro di una placca da forno.
Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per la prima mezz'ora, quindi abbassare a 170 e prolungare la cottura di circa un quarto d'ora, controllando che la pasta si colori per bene.
Far raffreddare a temperatura ambiente prima di servire.

NOTE:

nonostante la pasta molto sottile il dolce si taglia in fette perfette, purchè si abbia l'accortezza di farlo raffreddare.

- la pasta è friabilissima, una meraviglia. Lavorarla troppo comprometterebbe questa caratteristica.

- come tutte le crostate e' migliore il giorno stesso in cui e' preparata. Il giorno dopo è comunque buonissima, seppur leggermente più morbida.

sabato 24 agosto 2013

TORTA DI RICOTTA E FICHI CARAMELLATI DI BENEDETTA PARODI



Perdonami, Araba, se ti ho tradito per Bendetta Parodi, che già molte sofferenze mi inflisse nel tempo addietro. Scusami se non sono stata capace di trovare un accidente di mandorla in tutta Spotorno, con cui poter fare la deliziosa crema che impreziosisce la tua crostata ai fichi, se non in sacchi da dieci chili e che per me sarebbero risultati un tantino abbondanti. 
Il fatto è che mi hanno regalato una vagonata di fichi, maturi (eufemismo), e dovevo farli andare alla veloce, e non potevo aspettare che il distributore di mandorle avesse il tempo e la voglia di rifornire questo sperduto paesino ligure in cui fino a circa dieci anni fa era un evento persino trovare il pecorino per la carbonara, e per cui si doveva correre fino a Savona, o rassegnarsi ad aspettare il martedì, giorno di mercato (e anche lì, non era detto di trovarlo).
Se questo può placare la tua ira funesta, sappi che già un mio fido scudiero è, al momento, in missione sul suo destriero, alias Ape di seconda mano, alla ricerca delle suddette mandorle. E sappi anche che ho conservato appositamente per te, e  per la tua crostata, una manata di fichi tra quelli meno maturi, nella speranza di poter fare, domani o dopo, la crostata che ormai da quasi un lustro bramo (oddio, diciamo dall'anno scorso, cioè da quando l'hai postata ,-)
Nel frattempo, non avertene a male, se mi sono dilettata con Benedetta, e questo scherzo (di torta) ho eseguito. Male non mi ha fatto, ed è stata in casa gradita et apprezzata da tutti coloro che assaggiata la hanno. 
Io...io aspetto di avere le mandorle ;-)
Scherzi a parte, questa crostata è un ripiego. 
Anzi, non è una crostata, è una torta, questa è la sua consistenza, anche se, dalla lavorazione, potrebbe apparire una crostata. Partita dall'idea di fare la crostata di fichi e mandorle dell'Araba Felice, ho dovuto desistere per mancanza di materia prima, anzi, seconda (le mandorle), avendo solo i fichi. Spulciando in rete alla voce torta di fichi, la torta che qui riporto era talmente ricorrente che mi sono decisa a farla, e male non è venuta, anzi, se la sono veramente sbranata. Buona, è buona, una onesta torta di crema di ricotta, che rimane abbastanza morbida, più morbida  di una classica crostata alla ricotta (parlando della farcia), per intenderci, o comunque più morbida di quella che faccio io, e i fichi dentro ci stanno bene, ovviamente.  Che poi tra il dire che venti minuti di cottura con lo zucchero li facciano assurgere al rango di "caramellati", ...bah...Comunque è buona, e veloce, e garantisce comunque che non vi farà fare brutte figure (come Berlusconi sul suo post su Facebook). Infatti l'ho già ribattezzata "Torta Berlusconi". ;-)




TORTA  DI RICOTTA E FICHI CARAMELLATI  di Benedetta Parodi
INGREDIENTI per 8 persone
- 400 gr di fichi
- 90 gr di zucchero
Per la Frolla
- 100 gr di zucchero
- 90 gr di burro
- 1 uovo
- 70 gr di yogurt
- 320 gr di farina
- ½ bustina di lievito
- 200 gr di ricotta
- 2 tuorli
Procedimento:
Tagliare a spicchi i fichi. Riunirli in una padella con la metà dello zucchero e cuocerli per circa 20 minuti fino a che risultano caramellati. Montare l’uovo con lo zucchero rimasto, unire un pizzico di sale, il burro morbido e lo yogurt e mescolare. Setacciare 300 gr di farina con il lievito e amalgamare gli ingredienti. Se l’impasto dovesse risultare troppo morbido, aggiungere un po’ di farina. Formare una palla di pasta, avvolgere in un foglio di pellicola e far riposare per 30 minuti. Setacciare la ricotta, unirla ai tuorli e ai fichi sgocciolati e mescolare delicatamente con una spatola. Riprendere l’impasto stenderlo sulla spianatoia e rivestire uno stampo. Bucherellare il fondo con una forchetta, farcire con il composto di ricotta, ripiegare la pasta eccedente verso il centro e cuocere la torta in forno già caldo a 180° per circa 30’. Lasciarli raffreddare, sformare e servire.

venerdì 23 agosto 2013

VITA DA SPIAGGIA 2: IL MARE E LA PULIZIA DEI PIEDI





Agosto, stessa spiaggia, stesso mare.
Da quasi cinquant'anni, infatti, praticamente da quando ero ancora un uovo, vado in vacanza nello stesso posto,  stessa spiaggia, stesso mare, nella popolatissima e popolana Liguria di Ponente, nel savonese, patria di mandrie e mandrie di turisti milan-torinesi, turisti di massa come me, turisti a basso prezzo, ben diversi dagli eleganti, affettati, raffinati turisti che popolano invece la Riviera di Levante, quelli di Portofino, di Santa Margherita Ligure, di Arenzano, dei resort dove ci trovi da Madonna a Piersilvio, da Renzo Piano a Lapo Elkann. Qui, nella riviera di ponente, siamo più ruspanti, più rustici, ci trovi il classico cafonazzo milanese proprietario di fabbrichetta (o forse quelli della fabbrichetta sono i bergamaschi? Tanto, sempre lumbard, sono, e come tali, guardati con sospetto da noi piemontesi), il piemontese "bacuaro" (l'equivalente del milanese cafonazzo etc etc ma traslato nelle Valli di Lanzo), l'impiegato/Fantozzi che aspetta solo le vacanze estive (....sigh!)per potersi rilassare e via dicendo.
E anche io, con tutta la mia famiglia, alias Gabriele, e mia sorella, faccio parte di questa schiera di varia umanità che annualmente assalta la costa ligure per trovare un p' di pace e refrigerio.
Mi concedo un lusso: la spiaggia privata. 
Anche perchè non ci sono spiagge libere.
O meglio, ce  ne sono due, entrambe agli antipodi del paese; una è quella "dei cani", che non sono i miei simili ma più villani e maleducati di me, ma cani veri e propri, di cui io ho paura dalla nascita e che quindi mi guardo bene dal frequentare (anche perchè, usciti dall'acqua, i cani prendono quel fragrantissimo odore di cane bagnato -mannò- che tanto piace ai loro padroni quanto disgusto provoca negli altri malcapitati vicini al suddetto cane), e un'altra non è una spiaggia ma una discarica. Così, concedo a me, ma soprattutto a Gabriele, una spiaggia privata, a pagamento, dotata di lettini, sdraio, docce, bagnini puntualmente ubriachi, ragazzi schiamazzanti che ti prendono a pallate in faccia esattamente sotto il cartello "vietato giocare a pallone" ma puntualmente ignorati dalla direzione (sono figli di genitori paganti pure loro, poveri ragazzi!) e  abusivi sul bagnasciuga. Già. Infatti, non so se sia vero o  una leggenda metropolitana (e non voglio nemmeno prendermi la briga di cercare in rete la normativa, sono in vacanza, quindi no leggi, no dispute, no contenziosi!) ma pare che, a un tot di metri dalla battigia, tutti possano sostare (o transitare?), anche se non clienti degli stabilimenti, e quindi gratis.  E quindi, davanti alla prima fila  profumatamente pagata, si forma sempre un'altra prima fila di abusivi, belli distesi con i loro asciugamani, a costo zero. Vabbè, ma è agosto, hanno diritto anche loro a fare un bagno, come me, come Gabriele..

E infatti Gabriele sguazza contento ogni pomeriggio tra le onde, lui e il suo tubo color rosa-Peppa Pig, ride, nuota, urla...e beve. Ride talmente tanto, e con la bocca spalancata, che ad ogni onda ingolla delle bocconate d'acqua da un litro, e a fine bagno ha messo su tre chili di acqua di mare inghiottita. 
Ma, si sa, come dicono qui, l'acqua di mare disinfetta, pulisce, fa andare via il raffreddore e la tosse, la gotta e i vermi nella pancia,  e quindi non mi preoccupo troppo; sto solo attenta ad evitare, e nuotare ben lontano, dalle persone ferme. Ferme, sì. Troppo ferme.  E che magari scambiano il mare per la loro privatissima discarica privata di luridi liquami personali, ecco. Ma per il resto non sto troppo a far la difficile: non voglio pensare che, così come si suda fuori, un minimo si suda anche in acqua, e quindi Gabriele, ogni volta che ingolla l'acqua di mare, ingolla anche una discreta percentuale di sudore umano, pelle, forfora e via dicendo di quanto di peggio offre l'epidermide umana a mollo, brufoli e sputazzi compresi.
E quindi, dicevo,  ogni giorno sguazziamo, e beviamo, beviamo, ridiamo, e sguazziamo e beviamo.
Anche  ieri. Sguazziamo in acqua beati, vicino alla battigia, prendiamo le onde dove si dissolvono sulla sabbia contenti come pasque. C'è solo 'sto tipo qui da mezz'ora che si ravana 'sti piedi, bah, affari suoi...un "abusivo", sì, un  "portoghese", ma comunque decoroso: alto, abbastanza muscoloso, come dicono le vecchie comari "un uomo piacente", sulla quarantina. Distinto, non un emigrato clandestino, non un poveraccio, no, una "persona perbene" (Dio ce ne guardi  e liberi).
Lì, sul bagnasciuga, seduto dove si infrangono le onde. E si dà un gran da fare con le mani. Si tocca i piedi, con un impegno e con un'operosità tali da ricordare un artigiano intento a piallare del legno. Con metodo, con cura, con energia....mah, forse lo ha morso una zanzara, mi ripeto,...una zanzara tigre, a giudicare dall'energia e dal gran movimento di mani e braccia attorno a 'sti piedi. Anzi, un esercito di zanzare tigri...addirittura  ha un affare in mano..una specie di spazzola, per grattarsi, ma senza denti...Ma butta anche in mare, gratta e sciacqua e riversa in mare...fammi guardare meglio ..ma... ma... non è una spazzola, che ha in mano..è.....E' UNA SPAZZOLA PER I CALLI E DURONI!!! E il tipo ci sta dando dentro  da almeno quindici minuti buoni! Spazzola, gratta, rovescia in mare, toglie ancora con dita e unghie pezzi di piede, pezzi di calli e duroni e butta in mare, dove stiamo pascolando io e Gabri, poi si sciacqua il piedi, riprende a levare chili di schifo da un piede e buttare in mare, sciacquarsi, con la lena di  un muratore, poi cambia piede e riprende il suo lavoro di pulizia, buttando in mare tonnellate di schifezza di pelle, calli e porcheria di piedi incurante di noi tutti.!! Lo schifo mi sommerge! Penso a tutta l'acqua che si è tracannato Gabriele, mi viene da svenire e vomitare assieme! Quasi in preda al panico urlo a Gabriele, ma guardando il tipo "vieni via, GAbriele, che questo zozzone si pulisce i piedi in mare!!". Quello sente, mi guarda e ..non fa una piega. Niente, nessuna espressione! Imperturbabile! Immoto! Nè pare vergognarsi (quando mai) nè pare arrabbiato, nulla, continua a pulirsi i piedi e sciacquare in mare. Magari non ha sentito, mi dico...e ripeto l'urlo, guardandolo dritto dritto  negli occhi. Macchè, niente, continua la pulizia dei piedi, come se io non avessi parlato, come se fosse la cosa più naturale del mondo, come pulire le acciughe in mare, peccato che questi siano piedi...
Desisto, chiappo Gabri  in fretta e furia e usciamo.  Ma non finisce qui, razza di villanaccio sporcaccione e maleducato! Lo dico a tutta la spiaggia! Lo addito, lo indico, in meno di cinque  minuti il porco ha tutta la spiaggia che lo sta guardando da dietro, alle spalle, con la faccia schifata. Ma lui continua imperterrito a levarsi carrettate di porcheria, pelle e calli dai piedi, con l'alacrità di un cottimista, incurante e serafico, continua nella sua pulizia zen.  L'allegro spettacolino dura  tutto dura in tutto circa trenta minuti. Trenta minuti di pulizia. Trenta minuti di scaricamento in mare di ogni genere di porcheria piedesca. Poi, compiaciuto, torna al suo asciugamano soddisfatto, con l'aria compiaciuta di chi ha adempiuto il proprio dovere e lo ha adempiuto bene, con coscienza e impegno, contemplandosi  e toccandosi ancora i suoi piedi belli, puliti grattati e con la pelle rosa come quelli di un bebè, sodiisfatto, appagato, noncurante di noi, che lo guardiamo disgustati.
E allora mi domando...
Forse sbaglio io? Forse un mare che sopporta tonnellate di tonnellate di petrolio da navi andate a fondo, di vagonate di liquami fognari e rifiuti vari, non  può anche sopportare una semplice pulizia di piedi ben fatta?? Ma poi mi dico... no, il mare forse (forse, ho detto!) potrà anche sopportare una pulizia di piedi in più, ma siamo noi che meritiamo un po' più di rispetto dai nostri simili: non si chiede molto, solo un uso più congruo del mare ma anche di quella santa invenzione della "stanza da bagno", che non corrisponde al bagno in mare!
Che dire?
Il mare è inquinato, e va bene, ma se dovessi scegliere se mi fa meno schifo il mare inquinato da idrocarburi e simili  o quello insozzato da pipì (perchè c'è pure quella, e in percentuali bulgare, immagino..), porcherie piedesche o altri prodotti "umani", forse sceglierei il primo...
Il prossimo anno, vado a Courmayeur!


p.s. So bene che questo è ben il secondo post consecutivo senza ricette, ma  qui in vacanza cucino cose talmente "basiche" da vergognarmi a postarle.  Ma a breve  arriverà una ricettina, abbiate fede....-)





martedì 20 agosto 2013

PATATINE FRITTE CON MOSCA CROCCANTE






Che bello andare fuori a cena.
Che bello andare fuori a cena nelle trattorie liguri.
Che belle, le trattorie liguri, quelle dell'entroterra savonese, tra  la vegetazione lussureggiante, tra i pini, gli abeti, i cipressi, le stradine sterrate, i tramonti  da sogno...
Siamo disposti a percorrere chilometri di strada sterrata, di curve, di mal d'auto pur di arrivare nelle suddette trattorie o agriturismi immersi nel verde, per arrivare a quel rustico ancora mezzo diroccato, immerso nella quiete della campagna, dove si respira aria di "c'era una volta", dove non si guarda tanto per il sottile, dove si va non solo per il cibo ma anche, e forse soprattutto, per il paesaggio da fiaba, che ti riconcilia con Dio e coi Santi.
E così, come ogni anno, partiamo. 
Ci pregustiamo l'evento da giorni; tutti, tranne Gabriele, naturalmente, che al grido di "mangiare non è divertimento!" detesta queste (rare) uscite mangerecce, ma che viene subito tacitato a suon di Nintendo e Super Mario, che, solo in tale occasione, ha occasione di godersi anche durante il pasto.
E insomma, partiamo, tutti trulli, ahhh, che bello, tramonto stupendo, atmosfera di famiglia, stesso cibo (da venti anni minimo); le portate classiche dell'entroterra ligure, e quindi rigorosamente prive di pesciume (questo forse è il motivo principale delle nostre puntate alla suddetta trattoria).
Non mi ha mai troppo entusiasmato il cibo, in quella trattoria.
E questa volta...è esattamente come lo ricordavo: antipasti, in genere verdure ripiene di non so bene cosa e con  un gusto neutro indefinibile in cui non riesco a distinguere alcun sapore (forse è patata e basta...), rigorosamente contate: siamo quattro? Quattro zucchini ripieni! E quattro fette di melanzana sott'olio! Quattro fette da un millimetrovirgolacinque di vitello tonnato, fatto rigorosamente con "l'arrosto" di salumeria (il magatello ce lo scordiamo), e con salsa tonnata fatta rigorosamente con la mayonese Coop, di cui ci portano l'intero tubetto nel caso volessimo allungare la salsa tonnata per Gabriele; e poi, quattro frittelline, quattro questo, quattro quello, manco fossimo membri anche noi della Fratellanza Musulmana (che hanno come simbolo il quattro).  Il pane delle bruschette (quante? Quattro!) poi, non è tostato, è raffermo, così facciamo prima, e l'insalata russa, da me aborrita da sempre, prevede come ingrediente principale la suddetta maionese Coop.  E non dimentichiamo i primi: gli agnolotti hanno dimenticato cosa sia una sfoglia sottile, e il ripieno langue parco e triste in mezzo alla pasta troppo spessa. E via così, col coniglio asciutto e le patate fritte gnecche. Ma chi se ne frega, in fondo siamo qui anche e soprattutto per l'atmosfera, no, e poi Gabri ha il suo pollo e patatine fritte, e quindi siamo tranquilli. Mah, forse più che fritte, le patate, sono al forno, perchè vedo dei pezzi neri, i tipici pezzetti di forno troppo alto e cibo carbonizzato che a volte si trovano nelle sopracitate trattorie alla buona.. E poi qui il pezzetto nero è solo uno, sono già stati bravi....Certo, uno solo ma bello grosso....e ha pure le ali....
LE ALI??? 
Inforco gli occhiali. Guardo meglio. L'ala è una sola! E attaccata alla sopracitata ala  c'è...UNA MOSCA!!! CARBONIZZATA E AMPUTATA DI  UN'ALA! 
Panico!
Disgusto!
Orrore e obbrobrio!
Come si fa ad amputare di un'ala un povera bestia! 
E infatti, l'altra ala, è finita, bella e trasparente, su  un'altra patatina, triste moncone di una bestiolina innocente.
Che fare?
So che il fondo internazionale per l'alimentazione ha raccomandato di nutrirsi di insetti e che i maggiori chef, nei loro ristoranti, già provvedono in tal senso, ma veramente, non mi sento di dare a Gabriele questa prelibatezza: è già pieno come un uovo e non vorrei mettesse su pancia...E poi ha il suo pollo, diamogli quello...E io non mi sento di mangiarla, di colpo mi sento satolla pure io! E lo faccio presente al cameriere, della mosca croccante, per ringraziarlo del pensiero gentile, ma quello, invece, lo prende come un rimprovero e si scusa pure " ah, sì, mi spiace, mia suocera (leggi: lo chef, sigh!) non se ne era accorta...". Ed  è così gentile che, nonostante ci abbia servito un cibo all'avanguardia, al momento del conto non ci chiede nemmeno un sovrapprezzo! Che magnanimità, che savoir faire, questi osti liguri! Discreti, moderni, gentili....
E...come è finita?
"E per dolce, cosa desidera?"
"Per me niente, grazie, sono sazia...." :-(((


Scherzi a parte, è logico, in questi posti non si guarda tanto il pelo nell'uovo, ma quel mammuth nel piatto mi ha fatto proprio schifo, e il solerte cameriere, coniuge della titolare, ho capito che si è guardato bene dal riferire la nostra lamentela alla moglie, che quindi, alla cassa, facendoci ben dieci euro di sconto, ha già considerato di farci un trattamento di favore...
Vuol dire che la prossima volta, ci godremo lo stesso il panorama mozzafiato ma....provvisti di cesto per picnic colmo di vettovaglie da me manufatte, vettovaglie "all'antica", senza la presenza di insetti fritti (al limite qualche mio capello, ma pulito, in genere....;-)









martedì 13 agosto 2013

DOLCE d'AMALFI di Salvatore de Riso alle mandorle e limone



RACCONTI DA SPIAGGIA  n. 1

Non so se ci avete fatto caso, ma le bancarelle sono cambiate.
Sì, le bancarelle.
Quegli ammassi di ciarpame vecchio e cianfrusaglie sbrecciate che invadono le località marine nei mesi estivi, mescolati a qualche cosa di indubbia gradevolezza o valore, che nugoli di curiosi, appassionati, sedicenti "esperti" e robivecchi setacciano metodicamente alla ricerca del "tesoro" o del VAn Gogh dimenticato, oppure semplicemente per trovare qualcosa a buon prezzo. Ricordo che, mesi fa, è stato acquistato da un'ignara cliente -mi pare olandese- un Renoir autentico, poi risultato rubato anni fa da un panfilo (nientemeno!). 
A me queste fortune non sono mai capitate, ed alla suddette bancarelle mi sono sempre comprata degli emeriti bidoni, tra cui: due teglie in alluminio tutte sbilenche, e che mai potranno più essere utilizzate per la loro funzione principale, cioè di teglie per dolci, ma che mi piacevano tanto per il loro colore argento; una vecchia riga di legno tutta scarabocchiata che mi ricordava gli anni '50 (in cui io non ero nemmeno un uovo, ma che me li ricordano lo stesso) e altre baracche tipo biglie, braccialettini, tazzine, piatti.
Ma quest'anno le bancarelle sono cambiate.
Non che sia sparito il ciarpame, no, no, quello è "nei secoli fedele", come l'Arma dei Carabinieri (che ormai ha finito anch'essa di essere fedele nei secoli, in quanto a breve sarà smantellata del tutto e sostituita dai servizi d'ordine imposti dall'Unione Europea), ma è diminuito.  Per lasciare posto a bancarelle piene di...libri.
Libri, sì.
Libri, libracci, libretti, libri nuovi, libri usati, libri ingialliti, anzi, gialli del tutto, noir,  thriller, romanzi d'appendice, classici, Liala, libri senza arte nè  parte per adolescenti, collane Harmony, Buddha, Omero, Alba Parietti, Benedetta Parodi e Cicerone (chissà Cicerone cosa ne pensa...).
Libri, libri, banchi di libri, uno dietro l'altro.
Certo, banchi di libri usati ce ne sono sempre stati, direte voi, e questo è vero ma...ora sono diversi:  i libri sono presentati come le altre bancarelle presentano preziose tazzine e servizi di porcellana di Limoges (presunta,-): belli, ordinati, uno vicino all'altro col titolo in bella vista, divisi per argomento o autore, puliti, ben disposti, ben presentati, come fossero, appunto, preziosi.
E in effetti, preziosi, i libri lo sono, e lo sono sempre stati, ma ora fanno bella mostra di sè, su queste bancarelle e brillano di luce propria. 
Perchè?
Perchè proprio ora?
Forse che, con l'avvento dei vari e book, reader, computer e varie i vecchi libri sono diventati desueti e tutti ce ne sbarazziamo a piene mani? Ma se così fosse,  li troveremmo ammassati come sempre sulle bancarelle, come merce da poco, merce sovrabbondante, da vendere un tot al chilo, come la vecchia argenteria anni '60 dei nostri genitori che tutti abbiamo in casa, credendo di avere un piccolo tesoretto e che in realtà viene acquistata un tanto al chilo a Porta Palazzo; e invece no, i libri, ripeto, sono proprio esibiti, con cura, con attenzione, con criterio, come piccoli gioielli.
E io ne faccio man bassa, ne acquisto a carrettate, come il pane: non che sia  contro gli e-book, non sono una nostalgic-chic, non me la tiro,  non mi interessa il supporto fisico della sostanza, sia elettronico, sia cartaceo; per me,  tutto va bene, soprattutto se a buon mercato. E spero che questa tendenza continui: meglio un libro ingiallito oggi che una tazzina sbrecciata domani!

E dopo questa riflessione marina, ecco il dolce.
Da tanto volevo fare questa semplice torta da forno di De Riso, profumata al limone. 
Una torta semplice ma squisita, delicata, aromatica, che ci riporta alla nostra infanzia.  A me e Gabri è piaciuta tantissimo .-)




DOLCE D'AMALFI di Salvatore De Riso (da "Dolci del sole")

Ingredienti per 6 persone

160 gr di zucchero a velo
130 gr di burro morbido
100 gr di uova intere (2) a temperatura ambiente
100 gr di latte fresco intero a temperatura ambiente
100 gr di mandorle pelate dolci
80 gr di farina 00
50 gr di fecola di patate
2 limoni costa d'Amalfi
1 baccello di vaniglia
60 gr di scorza di limone candita
5 gr di lievito in polvere per dolci
2 gr di sale

Esecuzione
Con le fruste elettriche, in una ciotola capiente, montate a crema il burro con lo zucchero per circa 5 minuti. Unite la scorza grattugiata dei limoni, il sale, la polpa di vaniglia e la scorza di limone candita finemente tritata. Poi incorporate le uova, una per volta, emulsionando con le fruste elettriche a velocità bassa. A parte, setacciate la farina con la fecola, il lievito e poi aggiungete le mandorle dopo averle ridotte quasi in polvere nel mixer.  Al composto prepartao amalgamate, poco a poco, il latte,  alternandolo alle miscele di farine, lievito e mandorle. Versate l'impasto in uno stampo semisferico di 18 cm di diametro, precedentemente imburrato e infarinato con farina di mais (io stampo rotondo da 22 cm di diametro e 50 minuti di cottura). Infornate a 160° per circa 60 minuti. Poi lasciate raffreddare, ma sformate la torta su un piatto da portata quando è ancora tiepida. Poco prima di servire, spolveratene la superficie con zucchero a velo.

p.s. Salvatore De Riso presenta la torta fatta cuocere in uno stampo semicircolare, tipo zuccotto. Io l'ho fatta in uno stampo rotondo, verificando la cottura dopo 50 min. con uno stecchino.