giovedì 23 maggio 2013

RISO ACQUERELLO






Guardate che non è una ricetta!

A meno che non si voglia considerare “ricetta” un semplice riso bollito condito con un cucchiaino di olio, pasto degnissimo e che io sinceramente non avrei nessun problema a consumare - alias mangiare ;-)  -anche tutti i giorni, se non avessi la malsana tendenza a trasformare ogni singolo grammo di un qualunque carboidrato in lardo, ma che ad ogni modo, come complessità della preparazione, non credo che comunque richieda un post apposito per spiegare come si fa, dissertando magari  sulla temperatura  dell’acqua, sulla sua durezza o sulla compattezza del chicco: riso bollito, che c’è da scrivere? Faccio bollire l’acqua col sale, ci butto il riso, scolo dopo circa 15 minuti ..e voilà!

E tiro fuori una pappa.

Pappa di riso.

Riso molle. Riso sfatto, con la superficie frastagliata, i bordi smangiati come le unghie delle donne sciattone ("ehm, sì, che c'è?"…;-), sgradevole a vedersi e peggio ancora a mangiarsi.

Ma si sa, nel nostro Paese di pastaioli, il riso, soprattutto se non sotto forma di risotto ma di semplice riso bollito, è relegato ai giorni di malattia, e quindi, in quei giorni, certo non si fa caso alla consistenza di ciò che si riesce a malapena a ingoiare. "Stai male? Mangia un po’ di riso in bianco, almeno! Raffreddore, nausea? Stai leggero col riso in bianco! Problemi di stomaco? Un po’ di riso in bianco ti rimetterà in forma!" Non importa poi se compatto, scompatto, cotto, scotto, consistente o morbido, l’importante è che sia riso.

Naturale quindi che anche io, che oltretutto ho una famiglia intera - cioè Gabriele - che aborre il riso (quasi quanto l'odiata  e sospettosamente verde verdura), foss’anche il più succulento risotto preparato con i suoi cibi più graditi, alias funghi, formaggio, panna o...wurstel, non abbia tutte queste grandi scorte di riso, e il riso che dimora nella mia dispensa sia riso qualunque, riso ordinario, senza pretese, tanto, per quanto ne mangiamo (sigh)….Sì, a volte prendo il Carnaroli, perché è di moda, perché dicono che sia il migliore, perchè è da intenditori ma.. sinceramente io lo trovo con un chicco troppo fine, troppo etereo, , deboluccio, poverino, e poi non mi sembra affatto più consistente e più deciso degli altri tipi di riso, anzi…se devo dire la verità preferisco il Roma, o l’Arborio, persino il Vialone nano: mi sembra abbiano chicchi più..rotondi, più spessi, più consistenti e più resistenti, ma è solo il mio parere, cioè il parere di una consumatrice molto occasionale di riso.

Ma per fortuna - o per disgrazia, non so - io vivo a Torino.

E a Torino c’e Eataly (per fortuna!)

E da Eataly c’è il riso Acquerello.

Scommetto che ero l’unica, tra tanti estimatori di cibo e cucina, a non avere ancora assaggiato l'ormai famosissimo e decantato riso. Mi dicevo “tanto, se è un altro bidone tipo il Carnaroli, non lo vado certo a pagare una fortuna solo perché si chiama Acquerello ed ha una bella confezione, continuo con  il riso mio, anonimo,  e basta..!”. Ma appunto,  alla fine la curiosità marketing-indotta ha avuto la meglio, e a furia di andare da Eataly e vedere le belle lattine col prezioso cereale dentro, una volta mi sono lasciata attirare e l’ho comprato, potenza del marketing!

E un bel giorno  l'ho pure assaggiato, anzi, l'ho proprio "testato"!
Sul riso Acquerello troverete ampia documentazione in rete, nonchè sul sito stesso: non è un “tipo” di riso a sè stante, ma una varietà extra del Carnaroli (anche se a me, per fortuna, non lo ricorda affatto), prodotto nel vercellese, fatto invecchiare per un anno, sbiancato e lavorato esclusivamente con macchinari ad elica, che ne preservano la compattezza e non danneggiano il chicco, ed a cui è stata reintegrata, in un processo successivo, la preziosa gemma di riso, fonte di vitamine e altri elementi nutritivi, la parte (dicono) più nobile e nutriente del riso, che però purtroppo se ne va nella prima fase di lavorazione  dei chicchi, impoverendo il prodotto finale. Inoltre, la lavorazione particolare e l’invecchiamento annuale, dovrebbero modificare, migliorandola, la consistenza dei preziosi chicchi.

See, seee, ...Tutti bla bla, mi dicevo, ora lo provo e vediamo ‘sta meraviglia!

E insomma, prendo la mia bella lattina, la apro, e rovescio un paio di pugnetti di riso nell’acqua bollente salata (acqua qualunque, non invecchiata ;-). Lascio cuocere per i soliti quindici minuti, scolo e verso nel piatto, non senza il mio ormai immancabile Olio extra vergine di oliva Cutrera, sempre preso da Eataly, che da quando l’ho scoperto una paio di anni fa è diventato l’unico olio di oliva da me utilizzato, soppiantando anni e generazioni di olio Carli e oli liguri vari di fantomatici “frantoi familiari” (seee..;-) (Ribadisco, come in un post precedente,  non faccio nessuna pubblicità, ma solo una lode a un prodotto che io trovo ottimo; magari, la ditta mi avesse inviato una paccata di olio gratis!!)

Insomma, alla fine, finalmente, assaggio.

Ma prima guardo.

Che chicchi rotondi! Rotondi, proprio! E belli bianchi, lucenti, belli a vedersi, intatti...sembrano perle, o piccole biglie di madreperla, insomma, devo dire che l’aspetto è veramente piacevole, invitante! Non è il solito riso sfilacciato con la superficie frastagliata modello unghie delle donne ecc ecc.. come ricordato sopra, no, no, questi chicchi hanno una forma! Da crudi, ma anche da cotti, sono belli , grassi, lucenti e ben distaccati! E rotondi!

Sì ma..il sapore?

Assaggio, e..sorpresa!

Sa di riso!

Riso rotondo!

Veramente, se dovessi descrivere il sapore di questo riso, realmente, direi che ha un gusto..rotondo!  Come i chicchi! Un gusto pieno, “rotondo”, che poi “rotondo” è un aggettivo molto in voga tra chef, sedicenti tali, appassionati, dilettanti e varia umanità mangereccia: è un aggettivo che ricorda molto gli algidi someillers e che ci fa sentire molto estimatori, molto gastronomicamente colti, molto competenti.

Però in questo caso il gusto è veramente rotondo! Sembra di mangiare delle biglie, delle piccole biglie! Nel senso che i chicchi non sono pastetta, non si spappolano in bocca, né lo sono già tristissimamente nel piatto, no, mantengono la loro bella consistenza finchè veramente non li si addenta con convizione e li si mastica. Un effetto strano, ma piacevole, molto piacevole!

E il gusto?

Beh, il gusto puro, nudo e crudo, devo dire che è effettivamente di …riso. Mi sforzo di trovare “sentori fruttati o retrogusti mandorlati o di essenza agrumate”, ma devo ammettere che il mio triviale senso del gusto ci sente proprio un gusto di ..riso, ne più, né meno.

Ma bisogna considerare che il gusto è fatto di sensazioni varie,   e che non risiede solo nelle papille gustative ma anche nell'olfatto, nel tatto, nell'udito..no, forse  nell'udito no..e quindi devo anche ammettere che mi è stato abbastanza difficile separare il solo ed incontaminato “gusto” dalla piacevole sensazione tattile di “rotondo” e consistente: in bocca è tutt’uno, e il sapore si sposa con la consistenza, assieme convivono nella bocca e nel loro viaggio verso…la fine, ed assieme vengono assaporati, formando appunto la sensazione finale del gusto e del sapore.

Morale della favola: se è vero che il gusto “puro” non mi pare si discosti dagli altri risi meno nobili, è vero che in bocca la piacevolezza della sensazione data dalla compattezza del chicco si fonde col gusto per dare un sentore piacevolissimo e veramente molto gradevole. E la differenza non la sentite tanto al momento della degustazione del riso Acquerello ma al momento in cui ritornerete ad assaggiare “gli altri” risi: vi sembrerà di mangiare una pappetta scialba senza nerbo né consistenza, con gusto sempre di riso, sì, ma di riso maciullato. E quindi ricomprerete l’Acquerello, come me. Tanto, per il poco riso che purtroppo mangiamo a casa nostra, il portafogli non ne risentirà certo (e la volta che il mio portafogli dovesse veramente risentire per qualche lattina di riso - per quanto un po’ più caro di quello normale - vorrà dire che veramente sono finita sotto un ponte, io e Gabriele, e quindi confiderò nel buon cuore e nella carità dei miei simili, altro che riso Acquerello! Che coi tempi che corrono, non è poi nemmeno così strano a verificarsi…;-  )

Insomma, per concludere, il riso Acquerello mi piace!

Lo mangio in bianco con un cucchiaio a crudo del mio olio preferito, senza formaggio. Quando ho tempo, con qualche verdurina al forno.

E sono contenta!

E provate a dire che è “poco”, a chi è a dieta da più di un mese e si sogna sia un chicco di un qualsivoglia carboidrato , sia una goccia di olio o burro!! (ma cmq lo mangerei in bianco in ogni caso, perché a me piace!)

Ed ecco come si presenta da crudo,  nella sua lattina..





...e da cotto, semplicemente con olio e sale, con i suoi chicchi belli sgranati. 





sabato 18 maggio 2013

TORTA DI AMARETTI E PESCHE di Benedetta Parodi



Decisamente io ho dei problemi con Benedetta Parodi. 
Santa donna, ogni volta che provo a fare qualcuna della sue ricette, succede il disastro: o mi cade la torta dal forno, o la tiro fuori troppo  presto, ed è cruda, insomma, qualche congiunzione astrale ci si mette per farmi cannare qualcosa!
Ma andiamo con ordine.
E l'ordine è: sono a dieta.
Quindi (punto 2):
mangio da schifo, anzi, non mangio niente, in pratica.
Ma dopo quasi un mese di fame, ed in concomitanza col mio compleanno, mi sono detta.."massì, concediamoci una tortina semplice, leggera, veloce..". Un dolce senza pretese, semplice, casalingo..
E ho ripreso in mano il libro "I menù di Benedetta", ....che già tanti lutti addusse agli Achei....mannò che c'entra l'Iliade, no l'Eneide..boh! Però ecco, qualche dispiacere questo libro me l'ha causato, non per colpa sua o dell'autrice, ma solo della mia dabbenaggine, sia ben chiaro. 
Ad ogni modo apro il libro a caso, con fare divinatorio. Leggo: torta di amaretti e pesche. SENZA NE' OLIO NE' BURRO!  
E' la mia!
A dieta da quasi un mese, voglio sgarrare sì, ma non buttare un mese alle ortiche, e una torta..light (sigh) me la potrò ben permettere, se non per mangiare, almeno per il piacere di pasticciare ai fornelli.
Contando poi che l'autrice la presenta parlando di un classico dolce piemontese, cioè le pesche al forno ripiene di amaretti, cacao e mandorle, il feeling è assicurato. Beh, in realtà qui il cacao non c'è, ma non stiamo a fare i pignoli!
E inizio.
Sbatto i due tuorli con 150 gr di zucchero, 100 gr di farina e 100 gr di amaretti tritati.
Cioè..ci provo
Provateci, provateci....
il poco liquido dei soli due tuorli, vale a dire 40 gr circa, con sbattuti sopra 350 gr di polveri, stramazza sfinito. Non ce la fa. E' tutto asciutto! Forse a mano, come dice nel video che io ho visionato solo dopo, non ci sarebbe stato problema, ed infatti la nostra avverte "non vi preoccupate se il composto risulterà UN PO' granuloso...". Un poo'??? A me, nel frullatore, viene una massa unica, un pappone duro a palla che rotola a vuoto assieme alle lame del mixer!! 
Tolgo immediatamente la palla dal robot.
E comincio a imprecare.
"ma perchècz continuo, persevero, che tanto con questo libro sempre jattura è, sempre casino faccio..."
Ma non demordo. 
Ci rovescio gli albumi montati a neve.
CErto, di neve ne rimane ben poca, dovendo inglobarli all'ammasso di farina, amaretti, zucchero..Praticamente ritornano al loro stato originario di albumi non montati, ma  almeno il composto ora  è degno di questo nome e si riesce  a girare "quasi" agevolmente.
E quindi lo  metto nello stampo.
Ci metto le pesche, sciroppate, perchè anche se siamo quasi a giugno qui a Torino sembra novembre e le pesche si sono rifiutate di raggiungere i locali mercati.
E ora viene il bello.
Devo cospargere con le mandorle prima tritate finemente.
Un etto, di mandorle.
...
Avete presente esattamente "quanto" sono un etto di mandorle tritate, sopra una torta con diametro 20, 22 centimetri?
Avete veramente ben presente?
Un mare.
Un oceano.
Sono tantissime!!
Eppure la ricetta dice così..un etto di mandorle triturate.
E io eseguo, e cospargo.
Oddio, cospargo non è il termine esatto.
Sommergo, piuttosto.
La marea di mandorle tritate forma uno strato alto circa un cm sopra la torta, la ricopre, la seppellisce, la sotterra, forma uno strato compatto e asciutto  di farina di mandorle  che sembra segatura bianca..
Eppure la ricetta dice proprio così.
E allora inforno.
Sforno, dopo 45 minuti, come dice la ricetta.
...
e..sopresa.
E' morbida.
Veramente!
Ed è anche buona!
Si vede che gli albumi liquidi e il lievito hanno comunque fatto il loro sporco lavoro e la torta è venuta bella soffice, sofficissima.  Certo, forse un po' asciutta...forse un quarto d'ora in meno sarebbe bastato....Certo che però 'sta segatura di mandorle sopra dà proprio fastidio, sembra di mangiare , appunto, segatura, mi strozza, mi allappa la bocca.. ma possibile ...mah...proviamo un po' a vedere su youtube se per caso miss ha inserito questa ricetta!..Toh, eccola, c'è!!!..."50 gr di mandorle. Tempo di cottura 30 minuti!"
Evvaii!!
Libro tarocco dell'accidenti, quante volte ancora mi farai sbagliare! Fino a quando abuserai della mia pazienza, Catilina!!!
Altro che 100 gr (cretina io a seguire la ricetta), altro che 45 minuti!!
Ah, e come se non bastasse, nel libro, tra gli ingredienti, c'era anche ..un limone!
Così, semplicemente.
Non la buccia, non il succo, un limone, forse da ficcare intero come in una succulenta torta dell'Araba (con le arance intere).
..Peccato che poi, nell'esecuzione, il limone scompaia.
E anche nel video di youtube non se ne parla..
...
E pensare che mi piace la pasticceria perchè è un'arte precisa....-(


Detto ciò, devo dire che la torta è buona, ricorda un amarettone morbido, è onesta e non fa danni.

Certo, non ricorda assolutamente le pesche ripiene. ..(altra "leggera"imprecisione).
Se volete che ricordi vagamente il dolce piemontese sopra citato, aggiungete circa 30 gr di cacao, levandone altrettanti dal peso della farina, e....aggiungete un po' di burro, non tanto, un 50 gr, o mezzo dl di olio. Sono sicura che non ci perderà, anzi!

n.b.: le dosi e i tempi indicati sotto sono quelli corretti ed anche riportati nel video di Benedetta Parodi.

TORTA DI AMARETTI E PESCHE di Benedetta Parodi

Ingredienti:
150 gr di zucchero
100 gr farina
100 gr di amaretti tritati finemente nel mixer
1 kg di pesche sbucciate e tagliate a fettine
3 uova
1 cucchiaino di lievito per dolci
 50 gr di nocciole tritate finemente nel mixer
una teglia rotonda da 20 o 22 cm di diametro


ESECUZIONE

Sbattere i tuorli con lo zucchero. Unire la farina e il lievito mescolando bene. Unire gli amaretti polverizzati (non preoccuparsi se il composto risulterà granuloso e asciutto). Montare a neve gli albumi e aggiungere anche questi, mescolando dall'alto verso il basso delicatamente, per non smontare il composto. Versare il tutto nella teglia precedentemente rivestita con carta forno. Distribuire sopra la torta le fettine di pesche a raggiera, facendole sprofondare leggermente.  Per finire, spolverizzare la torta col le mandorle tritate. Cuocere a 180° per 30 minuti.

P.S. aggiungere un pizzico di sale a piacere (consigliato)
Se si vuole aggiungere un po' di cacao in polvere, ex 20/30 gr, togliere il peso corrispondente dal totale della farina.


mercoledì 8 maggio 2013

TORTA AL CIOCCOLATO BIANCO o BLONDIES....di Donna HAY??




Buona buona buona, veramente buona, morbida, umida, questa semplice ma meravigliosa torta di Donna Hay...no...di Carla Bardi, no...ehmm...no, della "Mondadori Editore", no..di "Cucina Moderna", no...no, aspetta, ah, sì, della zia della mia amica, no...della mamma del fidanzato della sorella di mio genero, no..di....
Insomma, ma..di chi è 'sta torta??
Già, ...già solo dire "di chi è" una torta, suona già ben strano!
In genere lo diciamo di un vestito...oops, di un abito - scusate la volgarità dei termini che a volte mi scappano -, di un abito, dicevo, di una crosta..ooops, di un'opera d'arte (idem come sopra), di una creazione, ma di una torta, ooops, di un dolce da forno, o di un cremoso, o di un cake, volevo dire (bi-idem come sopra), di un dolce, dicevo proprio no.
Ma invece ora gira così.
Il mondo gira così.
"La crostata morbida di Miss X", " la torta ai lamponi di Zia Peppa", il tiramisù dello Chef Tal dei Talì (francese, ovviamente), tutta gente un tempo non troppo lontano relegata nel pur decoroso angolo degli artigiani  pasticcieri, o panettieri, o chef ed ora assurta a dignità di artista  o, ancora meglio, di Dio dell'Olimpo.
E quindi guai, guai a non nominare l'autore, o l'autrice, di queste nuove opere d'arte, osannate da tutti e da tutto il mondo riconosciute.
Ed ecco che  comunque, venendo al sodo, volevo fare una tortina al cioccolato bianco. 
Sì, perchè il cioccolato bianco è più morbido, cremoso, e da cotto, per me,  ha un gusto migliore di quello scuro, fondente o al latte che sia, è solo molto dolce, ma in una torta, certo non guasta; e poi ho pure visto lui, il Maestro Montersino, in un video, affermare che in ogni dolce (o cremoso?) al cioccolato sarebbe bene inserire un po' di cioccolato bianco, per dare più morbidezza e cremosità. 
Ed ecco quindi che mi accingo a cercare tra i miei tomi una tortina al cioccolato bianco. Non in rete, che non ho voglia di scopiazzare gli impiastri altrui, vorrei qualcosa di sicuro, di certificato, scritto da un professionista, un "autore di creazioni",  che abbia pubblicato un VERO libro di ricette non prese da blog a destra e sinistra, che tanto anche io scrivo su un blog e mica ho poi tutte 'ste capacità cucinerecce o tutte 'ste basi gastronomiche, e quindi dei blog mi fido fino a un certo punto (tranne ovviamente i presenti sul mio blogroll, frase adattata al web dalla più famosa "esclusi i presenti"). Ma qui si apre un capitolo, un discorso che già mi fece litigare di brutto, via web, con gli autori/trici di blasonati e osannati blog di cucina  gestiti da sedicenti esperti/e gastronomici che però vengono dalla scuola magistrale o dall'istituto per geometri - quando va bene - guadagnandomene l'odio imperituro e la cancellazione dei miei scomodi commenti dai blog sopra menzionati, e quindi sorvolo su questo spinoso argomento dei blogger autoconsacratisi esperti di cucina solo in quanto abili a destreggiarsi tra pentole e fornelli e a scribacchiare banalità cucinerecce insieme ad eventi di arte, letteratura e bricolage.  
Sorvolo, e , dicevo, cerco su un "vero" libro di cucina, la ricetta di tale torta. So bene che anche un vero libro di cucina può riportare le ricette di un geometra o di un ragioniere, ma mi illudo sempre che la dignità di stampa dia agli scrittori un'autorevolezza e una competenza che  non trovo, a volte (e solo " a volte" , ribadisco) sui vari blog di cucina, scritti da gente come me alias impiastri o dilettanti a cui qualche volta ne riesce una giusta. E quindi cerco. E trovo.
Trovo su un libro edito da Mondadori, "Il libro d'oro dei dolci", ricette selezionate da C. Bardi, una bellissima torta al cioccolato bianco. Leggo le dosi. E il procedimento. ... Mi ricordano qualcosa...aspetta aspetta... Chiappo il libro di Donna Hay, "I classici moderni vol. 2". E cerco ancora..torta torta..torta al cocco, torta al cioccolato..torta al cioccolato bianco! Tombola! UGUALE, nella sostanza, se non per pochi grammi di farina in più e la glassa nera invece che bianca. Ma precisa per il resto: tempi, temperature, procedimento, ingredienti, tutto..varia solo la forma dello stampo! Però, che delusione...anche uno dei miei libri preferiti deriva da uno scopiazzo maldestro, per quanto uno scopiazzo da una casalinga che comunque ci sa fare, Donna Hay!  E cmq tra i realizzatori del volume c'è scritto "ricette selezionate da C. Bardi", quindi in qualche modo la forma è salva..le ricette sono state prese in giro, lo dichiarano abbastanza apertamente. Ma...il fatto è che mi viene anche in mente un altro libello che era allegato, pagando un surplus, su Cucina Moderna qualche mese fa: torte al cioccolato. Lo sfoglio. E non trovo la ricetta in questione, ma con sorpresa vedo che parecchie altre ricette, e foto,  sono le stesse del libro della Mondadori con ricette selezionate da C. Bardi! Praticamente ho in casa un doppione, anzi, un triplone! Bastava che avessi comprato un libro solo e ne avrei risparmiati due!  E vabbè, almeno sono sicura che, essendo le ricette riportate tre volte, qualcuno tra i tre autori/selezionatori le avrà fatte e provate, e quindi dovrebbero essere collaudatissime e di sicura riuscita. 
E infatti è così, in effetti. Come ho giù detto in altri post, questo librone Mondadori, all'inzio da me giudicato con sufficienza, è in realtà completo e affidabile. Peccato solo trovarsi con le medesime ricette che girano di pubblicazione in pubblicazione sotto forma di selezione, raccolta o altro, facendoci spendere i nostri sudati soldini inutilmente, senza contare lo spazio che questi libri doppi occupano nella libreria.  Ma tant'è: per una volta non voglio essere polemica ma dico solo che, a dispetto di ciò che potremmo pensare..."selezionare", paga! ;-)

Ah, mancano le mie traversie con lo stampo in alluminio. Sì, lo stampo in alluminio!  Sarebbe argomento per un altro post, ma visto che riguarda questa ricetta, lo scrivo di seguito, e chi si sarà stancato di leggere, salti pure e vada direttamente alla ricetta, ma appunto, non salti di leggere e provare la ricetta. E' anche lei una delle migliori che abbia realizzato ultimamente, veloce e nello stesso tempo buonissima, e merita veramente che la proviate.

Dunque, dicevo,  lo stampo in alluminio.
Allora, avendo io  dimezzato le dosi originali della ricetta,  da cavalli (come molte delle ricette di Donna Hay e quelle di derivazione anglofona,  adatte a una famigliao tribù di almeno otto persone e non due, come la mia), avevo bisogno di uno stampo più piccolo. Troppo,  quello indicato, troppo quello da 23 cm di diametro..per la mia mezza dose andrà bene uno da venti ma...da venti ce l'ho solo in alluminio, non antiaderente;  sì, gli stampi in alluminio, quelli fighi, da chef, brillanti, lucidi,  da professionista, non col teflon, tz, stampi veri per cuochi veri!  E in effetti io l'avevo comprato solo perchè nel negozio erano sforniti di stampi da 20 cm rivestiti in teflon..;-),,e anche perchè sono carini a guardarsi!
Diligente, allora, ma con il solito e noto presentimento dietro la schiena, derivante da passati disastri, lo imburro e lo infarino. Intanto mi balena nella mente un video di Montersino "mi raccomando, quando ungete lo stampo di alluminio e poi lo infarinate, mettete solo un leggero strato di farina, e subito buttate via l'eccesso, altrimenti fa una pappetta che invece di far sformare meglio la torta la fa attaccare...". Cosa che mi è già naturalmente successa, ma che appunto, reduce dalle passate disgrazie, non ripeterò: imburro e infarino con delicata parsimonia: un velo, niente di più, niente di meno. Poi metto il composto nello stampo  e inforno. Sforno. Dovrei aspettare un quarto d'ora, al max mezz'ora e poi togliere dallo stampo, sennò so già che si formerà la condensa alla base ma.. stavolta ho infarinato pochissimo e poi...non ho il tempo di aspettare un quarto d'ora: è una (rara) bella giornata di sole, non piove, e  voglio portare Gabriele a fare un giro al Valentino, a prendere un po' d'aria buona, altro che torta e torta!  E quindi usciamo;  e lascio lì la torta, nello stampo..sempre con l'oscuro presentimento dietro la schiena... 
Rientriamo dopo circa quattro ore.  
Subito, ancora con le scarpe,  mio fiondo a togliere la torta dallo stampo: prendo un piatto, giro lo stampo..acc..  non viene. Prendo l'anzidetto (stampo) a colpetti sul fondo. Niente. Lo prendo a colpi più energici.. gli dò dei pugni, gli sferro colpi da manovale... macchè.. non esce ....prendo il coltello e lo passo lungo i bordi.. si frastagliano tutti, povera me! E in più, non esce, la btd..! Faccio un po' presa col coltello, rigiro sul piatto, batto, busso, ribatto.. plaf... 
Si è staccata, finalmente. 
In due pezzi, però. Cioè, la parte superiore, tutta bagnata dal calore e dal vapore di quattro ore è rimasta attaccata allo stampo, assieme al "velo" di farina dello stampo, formando una pappetta molliccia, insieme all'impasto, proprio come avvertiva Montersino, mentre l'altra parte invece è venuta via incolume e illesa. E' desolante.. Come farò a fotografarla, a postare questo impiastro, a dire al mondo quanto è buona (avevo già assaggiato le briciole..)?? Oh, beh, è una torta umida, la re-incollerò, schiafferò le parti molli rimaste nello stampo sopra alle parti sformate, e la rimetterò in sesto. Detto, fatto: prendo come meglio posso i pezzi attaccati allo stampo, li rovescio sulla parte asciutta e  con una "leggera" pressione della mani, li assemblo. E quindi, con inaspettata maestria,  incollo:




Sì, certo, non  è che sia il massimo,  si vede anche il pezzo dell'incollaggio, proprio lì sopra, accidenti!
Ma con la sua bella glassa sopra verrà benissimo, mi illudo.
E preparo poi  la glassa. Lego le dosi: 4 etti, dico, QUATTROETTI di cioccolato, e uno di panna circa! Un mattone, praticamente, uno strato di cemento armato, uno scafandro di glassa bianca! Riduco arbitrariamente le dosi di cioccolato  a un etto ma.. mi dimentico di ridimensionare anche la panna. E così metto anche un etto di panna, e scaldo. 
E ottengo una bagna liquida e colante, un'acquina bianchiccia che sa di malsano,  più che una glassa morbida... ma la rovescio comunque sul dolce, ormai è fatta, che devo fare.. magari si rassoderà dopo.
Manco per idea. Rimane una brodazza liquidissima che va a bagnare di brutto quasi tutta la torta. ..
Così, praticamente..:



Ma magari è buona lo stesso, mi dico..
La faccio assagiare a Gabri con la forza e le minacce di oscuramento TV e videogiochi per un anno, visto che il monello, visto l'aspetto disastroso non ne vuole sapere di ingollarla. Provo prima con le buone e a far leva sulla sua pietà, visto che "la mamma l'ha fatta apposta per te e tu manco la vuoi assaggiare, figlio ingrato!". Ma lui resiste. Capitola solo quando appunto, lo minaccio di far volare giù dal balcone i vari giochi di Super Mario e di darli ai bimbi poveri. 
Apre la bocca guardando l'impiastro bianchiccio con disgusto.
Storce la faccia, la bocca, il naso e pure gli occhi.
"E' ...è acerba!"
Come...è acerba??
Acerba, ti rendi conto, ho fatto una torta "acerba"!
Chissà cosa avrà voluto esprimere, nel suo sentimento di massimo ribrezzo, con "acerba"?? Di sicuro, cmq, non era un complimento! 
Avrà voluto dire "è bagnata",  oppure "è molle", insomma, "mi fa schifo", alla fine della fiera.
Gliela tolgo da davanti al naso, delusa ma consapevole del dolore inflitto al poveretto, ma... mi viene un lampo di genio: chiappo il coltello, e con abilità da chirurgo, seziono via la parte superiore del dolce, quella bagnata dalla brodazza di glassa molle e già reduce da operazione di incollaggio. Taglio, taglio, tolgo via, fino a dove  compare l'impasto originario, non bagnato. E poi taglio ancora ciò che resta, a quadrotti, e cambio di piatto. Spolvero con zucchero a velo i quadrotti ora  asciutti e invitanti. Impiatto su un piatto carino, nuovo di zecca. Fotografo, e, dopo un po', ri-servo al pargolo, che guarda e apre subito la bocca senza storie: come è ?
"E' buonissima, ancora!"
;-)

E se  ne è sbafati cinque quadrottoni.

Bene, ho salvato la torta.. facendone dei brownies, anzi..dei blondies! Ma credetemi, nonostante le peripezie, questa torta è buonissima, anche (anzi, soprattutto) senza glassa: morbida,cremosa, umida, veramente squisita e appetitosa! Fatela, e la rifarete!


N.B.. solo una precisazione: il libro della Mondadori  prevede una glassa di cioccolato bianco (i famosi quattro etti),  mentre nella ricetta di Donna Hay l'autrice rimanda ad una sua glassa identica come preparazione ma preparata con 150 gr di cioccolato fondente, e i soliti 125 ml di panna. 
Beh, devo dire che ha ragione Donna Hay: per quanto io abbia ridotto il cioccolato bianco per la glassa a un solo etto, la glassa - al cioccolato bianco -, insieme al dolce al cioccolato bianco, risulta veramente troppo stucchevole, dolcissima: il cioccolato bianco è, appunto, estremamente dolce. Consiglio quindi vivamente, se proprio ci volete mettere sopra una glassa al cioccolato e panna, di non usare il cioccolato bianco ma fondente, o almeno al latte, sia che la vogliate fare con 4 etti di cioccolato, sia che optiate per soli 150 gr. Ma fondente.


Ed ecco come rimarrebbe il dolce con la glassa da quattro etti..

(da  "Il libro d'oro dei dolci") ...





.... e quello di Donna Hay, praticamente uguale ma con glassa nera (consigliata!), e "soli" 150 gr di cioccolato fondente...





E ora, finalmente.. la ricetta.
E...grazie a chi ha letto tutto e non è stramazzato, tramortito, al suolo :-)



TORTA AL CIOCCOLATO BIANCO



(da "Il libro d'oro dei dolci"  - ricette selezionate da Carla Bardi - Ed. Mondadori)

Ingredienti per una tortiera  quadrata di 23 cm di lato:
(io ho dimezzato le dosi e utilizzato uno stampo rotondo da 20 cm di diametro. Tempo di cottura invariato)

250 gr di burro
450 gr di zucchero semolato
150 gr di cioccolato bianco grattugiato grossolanamente
2,5 dl di latte
300 gr di farina bianca
2 cucchiaini di lievito in polvere
1 cucchiaino di vanillina ( se l'avete, è meglio un cucchiaino di estratto di vaniglia)
2 uova grosse
un pizzico di sale

N. B.  per una tortiera rotonda, di 20 cm di diametro, dimezzare le dosi a tempo di cottura invariato.

ESECUZIONE

Preriscaldate il forno a 160°.
Imburrate una teglia quadrata di cm 23 di lato e foderatela con carta forno (io, dimezzando le dosi, stampo rotondo da 20 cm di diametro). Mettete il burro a pezzi, lo zucchero, il cioccolato e il latte in una casseruola a fiamma bassa e mescolate in continuazione fino a ottenere  un composto omogeneo (io nel microonde, mescolando qualche volta e non facendo sciogliere tutto completamente ma terminando di far sciogliere il tutto fiori dal forno). Lasciate raffreddare per 10 minuti. In una ciotola, mettere poi farina, lievito, un pizzico di sale, vanillina e uova. Aggiungere il tutto al composto al cioccolato (io ho unito tutto e frullato con frullatore ad immersione per un paio di minuti).  Mettete l'impasto nella teglia e fate cuocere per un'ora (io 55 minuti): il dolce deve rimanere morbido all'interno.
Preparate la crema al cioccolato e spalmatela sulla torta.

CREMA GANACHE AL CIOCCOLATO
Ingredienti: 125 ml  di panna
400 gr di cioccolato, grattugiato grossolanamente
(Glassa di Donna Hay:  150  gr. di cioccolato e 125 ml di panna)

Esecuzione:
Fate scaldare a fiamma bassa la panna fino a portarla quasi a ebollizione (io nel microonde). Versate la panna sul cioccolato e mescolate fino a quando il cioccolato sarà sciolto e il composto sarà liscio.
Tenete in frigorifero per circa 30 min. fino a quando sarà spalmabile.






giovedì 2 maggio 2013

LEPRE AL CIVET CON POLENTINA MORBIDA



Che poi questo della foto in realtà è cervo.
Ma fa lo stesso, cervo o lepre sempre selvaggina è , e...come è che uno cucina il cervo, o la lepre, in maggio? E.. non è una vecchia ricetta, una foto che avevo lì, no..è una ricetta eseguita dieci giorni fa..e questo vi dà l’idea di che tempo faccia a Torino da un mese a questa parte: da schifo. Sembra novembre, piove sempre e siam tutti malati.
E in questo clima e con questo bel tempo di primavera, il macellaio sotto casa, l’altro giorno, ha pensato bene di mettere in bella vista in vetrina, in infusione, già tagliata a pezzi, della bella carne rosso Pompei. Per me, un richiamo irresistibile..fatevi conto voi: una che entra in macelleria col pensiero di comprare il solito, bianco, insulso, ordinario pollastro per Gabriele, pollofilo irriducibile, e invece..che ti vede?? Della carne vera,  non sotto forma di bistecca, della carne non piatta, non "a fogli" ma a pezzi! E in più bella rossa, anzi viola! Impossibile per me non riconoscere subito l’amata selvaggina, anzi, tra tutta la selvaggina, lei, la mia preferita, la rossa, la gustosa, il ricordo di tanti pranzetti da piccola in famiglia…sua maestà la lepre!
E infatti era cervo.
“No, non è lepre, è cervo”, risponde il macellaio alla mia domanda retorica da saputella "è lepre, vero?, convinta di non sbagliare.
“Ma l’assaggi, è buonissimo, come e meglio della lepre!”, continua.
E che, non lo so bene? Che, non conosco cervi, caprioli e compagnia bella, io , IOOO, cresciuta a pane e cervoo?? ;-)  Tz! ..Solo che li ho mangiati poche volte, mentre per noi, la lepre, quando ero piccola - con madre e nonna langarole  -  era un piatto che si faceva abbastanza spesso, e quindi ce l’ho più in testa, ma il cervo VA BENISSIMO LO STESSO, altrochè!:-)). E ne chiappo qualche bel pezzettone. “Si cucina come la lepre, immagino”, chiedo, non avendo mai cucinato un cervo, in effetti, ma solo mangiato. Risposta (scontata) affermativa. E quindi vado a casa e mi metto a cucinare. Subito, che il bravo macellaio già lo aveva messo in infusione e quindi non ho dovuto aspettare tre giorni per assaporarlo! Peccato che..siano già le 11..vabbè, mangeremo alle due di pomeriggio, chissenefrega, una lepre, oops, un cervo, val bene una piccola attesa. Solo che.. mi manca il vino. 
Corro a prenderlo ma..acc..., il supermercato sotto casa è stato cannibalizzato: no dolcetto, no barbera, il barolo costa troppo, non parliamo del nebbiolo..vabbè, chiappo questo, tanto è vino rosso, va bene tutto, voglio fare in fretta sennò pranziamo all'ora di cena!
.......
Era Lambrusco.
Lo apro: è frizzante, accidenti!….ooh vabbè, tanto cuocendo il frizzante evapora e, anzi, magari le bollicine faranno da massaggio al povero cervo, una bella jacuzzi di vino frollerà ancora di più le succulenti carni, tanto meglio! mi dico. E cuocio, cuocio. Mezzogiorno, …l’una.. Gabri sta mangiando le tagliatelle e poi il cordon bleu - pollaccio insulso e frullato-  ma io ..tz, io aspetto la mia lepre-cervo, basta esser schiava del pollo!
L’una e mezza, le due! Fatto. Polenta calda (quella "8 minuti" ;-), lepre bella morbida, succosa, di un bel colorito, con un sughetto bello rosso, ..anzi, viola direi.. certo che questo lambrusco ha proprio un bel colore, quando la facevo col dolcetto il sughetto rimaneva marroncino, ora invece  è viola melanzana, sembra persino  finto.. ma è ancor più bello, mi dico. Impiatto la polenta, metto due bei pezzi di carne, ricopro con abbondante sughetto viola…e  finalmente assaggio.
……..
E’ …
E’… E’ dolceeee!!!! Nooooooo Nooo!! CZZZ acc porc...!!! IL LAMBRUSCO è UN VINO..DOLCEEE!!! Chi lo avrebbe mai immaginato! Solo un’analfabeta enologica come me poteva ignorarlo!! Non avrei dovuto fidarmi di quel coloraccio viola, vinaccio emiliano o toscano o di dove diavolo che non sei altro! Perché, perché ho tradito il dolcetto, perché non sono andata in un altro supermercato a rifornirmi di barbera!! Accidenti, st'affare è proprio dolce!! Non “leggermente” o “piacevolmente”, è veramente disgustoso. Mi viene da piangere! La mia lepre, il mio cervo, il mio pranzo …e ora cosa faccio con un chilo di cervo e tre chili di polenta cotti tre ore del mio prezioso tempo lì, a guardarmi dal loro brodazzo viola?? Che cz ne faccio di ‘sta robaccia dolciastra??...

….. “Lucaaaa, vieniiiii… è pronto il cervooo!!!”-))))

;-)



Note:
In realtà, a parte gli scherzi,   non era così disgustoso, e come avrebbe potuto? Certo, era dolciasto ma era comunque più che mangiabile, anche se io ho preferito ...delegare;-).
Ricordate: lepre al civet? MAI LAMBRUSCO!!




LEPRE AL CIVET CON POLENTA

INGREDIENTI (per quattro persone):

Una lepre a pezzi da mettere in infusione nella marinata per  due o tre giorni
Per la marinata:
1,5 litri di vino Barolo (o Nebbiolo o Dolcetto o Barbera)
Una cipolla a pezzetti
Uno spicchio di aglio a piccoli pezzi
Un rametto di rosmarino, un po’ di origano, qualche foglia di salvia, una foglia di alloro
Un paio di coste di sedano a pezzi
2 carote a pezzetti
Un paio di rondelle di limone
Qualche chiodo di garofano, bacche di ginepro  e pepe in grani
Un pezzetto di cannella
Una grattatina di noce moscata
Facoltativo: il fegato della lepre a pezzetti (io omesso)
Inoltre:
Burro
Olio extravergine di oliva
Mezzo litro di brodo caldo (io vegetale)

ESECUZIONE:

Tre giorni prima di cucinare la lepre, metterla in infusione nella marinata. (se dovrete cucinarla per domenica, metterla in infusione il giovedì mattina). La marinata sarà fatta nel seguente modo: mettere in un’ampia ciotola i pezzi di lepre e ricoprirli con il vino rosso (circa 1.5 litri); aggiungere poi tutti gli ingredienti della marinata, coprire con un coperchio e lasciare marinare tre giorni (se la temperatura è troppo calda, si può mettere in frigo). Al momento di cucinare, fate fondere una grossa noce di burro (circa 60 gr) in un ampio tegame di terracotta, unendo qualche cucchiaio di olio extrvergine di oliva. Scolate poi i pezzi della marinata e fate rosolare la lepre, a fuoco vivace e tegame scoperto, per circa 10 minuti rigirandola da tutti i lati. Unite poi tutti i gusti della marinata, scolati e tritati leggermente, facendo ancora rosolare qualche minuto, facendo attenzione che non brucino. Dopodichè salare (un cucchiaino) bagnare con un mestolino di brodo e uno di marinata. Coprire e lasciare cuocere per circa due ore e mezza o tre, a fuoco bassissimo, aggiungendo man mano tutta la marinata e il brodo caldo. L’ultima mezz’ora scoprire e far attenzione a far rapprendere solo quanto basta per avere una consistenza legata, ma lasciandolo morbido e brodoso. Durante gli ultimi dieci minuti, prelevare con una schiumarola i gusti della marinata dal tegame (aglio, cipolla, carota, sedano etc. etc) e frullarli, dopoichè rimetterli nel tegame e fare cuocere ancora una decina di minuti, regolando di sale. Nel frattempo avrete preparato una polenta morbida. Al momento di servire, mettete in ogni piatto un po’ di polenta calda, un paio di pezzi di lepre e coprite il tutto abbondantemente con il sugo d lepre (per questo il sugo deve rimanere morbido. Per avere più sugo, potete non farlo consumare troppo e legarlo con un cucchiaino di farina o amido di mais, sciolto un una tazzina di brodo caldo e unito al sugo negli ultimi minuti di cottura).

domenica 28 aprile 2013

CONIGLIO ARROSTO CON PATATE




MA NON E' POSSIBILE!!!
Non  è possibile!
Veramente, Fantozzi al mio confronto era un dilettante, un pargoletto, un moscerino; se non mi venisse da piangere, mi verrebbe da ridermi in faccia!
Ponte del 25 aprile, cioè questo.
Mezza Italia si prepara a goderselo tranquillamente non dico in giro a spassarsela, che soldi non ce ne sono più per nessuno, ma almeno a starsene tranquilli a casetta propria, rilassati, tranquilli. A godere il meritato riposto del benedetto 25 aprile e del relativo 26 aprile, feria "caldamente consigliata" a noi lavoratori dipendenti e che io, da bravo soldatino, mi premuro di trascorrerere secondo le direttive dell'Azienda, già pregustando giorni di tepore casalingo, di tranquillità di pace...
Invece ci ammaliamo.
Subito.
Tutti.  (che poi saremmo noi due, tutti 'sti "tutti")
E di brutto, anche
O meglio, prima GAbriele. 
Lo vado a prendere l'ultimo giorno di scuola, l'ultimo prima del tanto atteso ponte.  Sono un po' in anticipo, così, invece di salire alle aule, mi attardo nel cortile. E proprio dal cortile della scuola, me lo vedo sbucare, insieme a tutti i suoi compagni, ..in canottiera!! In canottiera, dico!! Sì, ok, la giornata era calda, ma loro non sono stati sempre al sole, sono anche entrati dentro, nei locali della scuola, entra, esci, entra, esci, caldo, freddo... La maestra, quella con cui ci siamo già  prese per il collo più volte o quasi, nella sorpresa di vedermi lì a quell'ora strabuzza gli occhioni e, in seguito alle mie occhiatacce velenose, mi previene.."faceva caldo al sole..", con aria colpevole, mentre si affanna a ricacciargli la maglietta giù per il collo, tirandogli via occhiali e orecchie assieme. Naturalmente, faceva caldo solo per Gabriele, perchè gli altri la maglietta ce l'avevano tutti..Vabbè, lascio perdere, non voglio passare per la solita rompipalle, non voglio rovinami il mio bel ponte sognato e desiderato. Lascio perdere (strano, eh?), sperando solo che la sciagurata si sia premurata, una volta tolta la maglietta, di averlo sempre lasciato all'aperto, al caldo, e non gli abbia fatto fare avanti e indietro, dentro e fuori, caldo e freddo...
Ovviamente mi sbagliavo.
Il pomeriggio stesso Gabriele appare assonnato, spento.
Verso le 7, ora di cena, comincia a colargli il naso.
Verso le 9 è un fiume in piena.
La notte è un calvario, poverino: sembra un cinghiale, non riesce a respirare, emette strani suoni, il naso gli cola anche in quei pochi momenti che riesce a prendere sonno, imbratta di moccio il cuscino, il letto tutto, non chiude praticamente occhio. E io con lui, naturalmente.
Ma resisto. 
Il giorno dopo, mi stupisco di me stessa.
Da quando sono nata, purtroppo, soffro di asma e gravi problemi  alle vie respiratorie, allergie comprese, e quello che per gli altri è un semplice raffreddore per me è un calvario che dura quattro o cinque giorni di  crisi, testa che sembra si spacchi, ai denti, a tutta la faccia, giro con il cotone nel naso talmente cola...Ma stavolta sembra tutto ok, non ho nulla.
Fino alla sera.
E verso le sei di sera, infatti, inizia il primo starnuto..ahi..ci siamo.
Il secondo, a ripetizione. E il terzo, il quarto. E cola il naso. Colano gli occhi, cola il cervello talmente mi fa male la testa. Ma...stavolta ho il nuovo farmaco che mi han dato all'ultima visita allergologica, un farmaco miracoloso .. con questo andrò a posto in un baleno..lo prendo immediatamente, fiduciosa...(un po').
E dopo un'ora inizio a vacillare.
Vado in giro per casa "d' lurdon", direbbe mia nonna, langarola: sbando, batto contro i muri e le porte.
Alle 8 di sera mi si chiudono gli occhi dal capogiro, non faccio nemmeno più  caso al naso che cola in giro e al male alla testa. Ficco a nanna GAbriele non so come..
Alle 10 inizio  a vomitare.
E' un calvario che dura tutta la notte. 
E il giorno dopo.
Pure ieri.
Solo da stamattina sto meglio.
...Ma il ponte è praticamente finito.  
Ma almeno, Gabriele è stato male forte solo un giorno. Si vede che il brutto lo ha passato tutto a me, e allora va bene così ;-)
Grazie alla maestra incauta e alla sua bella pensata...e qui mi viene da dirle quello che quel ragazzo grillino, un cretinazzo, in effetti,  che però ha fatto ridere  tutto il web, ha urlato, avvolto in uno striscione, ad un malcapitato  Parlamentare che mangiava tranquillo in pizzeria.."allimortaccituaaa"" ;-)

Massì va, c'è chi sta peggio.
Mi consolo pensando al bel coniglietto che ho cucinato un paio di settimane fa. Un bel coniglio arrosto, che a me piace tantissimo. Peccato che a Gabriele no, lui va di pollo, pollo e pollo, la mia casa dovrebbe essere un pollaio, talmente gli piace 'sto pollo, mentre il coniglio, forse un po' più filoso, non lo manda giù. E quindi non lo faccio mai, ma ogni tanto provo a ri-propinarglielo (sempre con risultati più che deludenti..).
Un giorno o l'altro, chissà che non cambi gusti...:-)



CONIGLIO ARROSTO CON PATATE

Per due persone:

INGREDIENTI:
mezzo coniglio tagliato a pezzi 
uno spicchio d'aglio
erbe varie (rosmarino, origano, timo, maggiorana, salvia)
un bicchiere di vino bianco o il succo di mezzo limone (io limone)
olio extravergine di oliva
sale q.b.
brodo vegetale caldo - circa una tazza


ESECUZIONE:

Fate scaldare l'olio con il rosmarino el'aglio schiacciato per insaporirlo. Poi togliete l'aglio e tenetelo da parte. Fate rosolare ben bene il coniglio a fiamma vivace da ogni lato, per circa 10 minuti, poi sfumate con il vino bianco (o limone). Rimettete l'aglio che avrete tenuto da parte (se tenuto nella pentola, sarebbe bruciato durante la rosolatura del coniglio) e le altre erbe. Salate e bagnate con un mestolino di brodo caldo. Incoperchiate. Fate cuocere per circa tre quarti d'ora, girando i pezzi ogni quarto d'ora circa e aggiungendo contemporaneamente un pochino di brodo caldo. Dopo tre quarti d'ora, togliete il coperchio, aggiungete l'ultimo mestolino di brodo caldo e fate colorire il coniglio, sempre scoperto (in questo ultimo quarto d'ora occorre non allontanarsi dal fornello, la rosolatura finale in un attimo si può trasformare in una bruciatura).
Intanto, a parte, avrete tagliato a tocchi delle patate e messe in forno  caldo (200°) con due spicchi d'aglio a pezzi, un paio di rametti di rosmarino fresco, origano, timo, maggiorana, una noce di burro, un filo di olio,  sale e  due o tre cucchiai di di acqua, rigirandole spesso perchè non brucino, per circa 45 minuti (io nel microonde, con funzione grill-combinata, per circa 10/15 min per due patate medie).
Unite le patate, una volta cotte,  alla pentola del coniglio, di modo che si impregnino del suo sugo, scaldate leggermente se occorre, a fuoco basso, e servite caldo.