TORINO FOOD

lunedì 27 aprile 2009

Sapete chi è l'elegante signora raffigurata nella foto a fianco?
No, non è la nonna di Helena Rubinstein.
E' un avvocato.
Londinese. O meglio, siciliano, ma residente a Londra, causa matrimonio con un autoctono. Specializzato in cause di maltrattamenti ai minori et similia.
E ormai avete capito chi è. E' Simonetta Agnello Hornby, portata agli onori delle cronache letterarie col romanzo che l'ha fatta conoscere al mondo, per quanto non fosse il suo primo lavoro come scrittrice. La mennulara.
Ed è infatti proprio della Mennulara (cioè la raccoglitrice di mandorle, in dialetto siciliano) che vorrei parlare
Non ho conosciuto i lavori della Agnello Hornby tramite questo celeberrimo romanzo, ma tramite uno più...negletto, quasi dimenticato, in confronto: La zia marchesa.
Un romanzo che ricorda molto il Gattopardo sia per il luogo di ambientazione, sia per il periodo storico preso in considerazione e forse anche un po' per lo stile, che ricorda vagamente Tomasi di Lampedusa. Nel romanzo della Agnello la storia d'amore è più marcata e predominante rispetto al contesto storico ed alla narrazione dei cambiamenti storici in una Sicilia che pian piano sta vedendo scomparire il potere dei vecchi latifondisti per l'affermarsi sempre più pregnante di connivenze politico-borghesi che fungeranno da background per il nuovo potere nascente, la mafia. Ma è un romanzo che coinvolge, mai pesante, che si legge volentieri e si ricorda, come anche "Boccamurata", che però mi sembra ricorrere troppo allo scandalo sensazionalistico per attrarre attenzione e che trovo comunque meno immediato.
Non così coinvolgente la Mennulara, che ho trovato pesante e macchinoso, quasi astruso, direi, sfociante a volte nell'assurdità al limite del grottesco, soprattutto nell'ultima parte.
Così mi chiedo: quali strategie fanno portare un romanzo mediocre, secondo me, agli onori delle cronache e uno migliore nel dimenticatoio? Quali tattiche editoriali sono state portate avanti per spingere un prodotto piuttosto che un altro? Forse si fa un sondaggio sull'utenza media di lettori e si valuta quanto siano lettori "onesti" e quanti invece abbiano bisogno di artifici letterari, di misteri alla Dan Brown o altre sciocchezzuole per riuscire a terminare un libro?
Ad ogni modo a me gli scritti della Agnello, e in fondo anche "la mennulara", piacciono: la consiglio!



domenica 26 aprile 2009

L' Himalaya. Il Nepal.
Un monaco solitario che percorre un sentiero tortuoso.
Sono immagini che nell'immaginario collettivo evocano pensieri di quiete, meditazione, saggezza. Forse, anzi sicuramente, alla ricerca di tutte queste cose, ho comprato e letto l'ennesimo libro sul tema, anche se questo, dal titolo, sembrava un po' diverso: "Il monaco che vendette la sua Ferrari", di Robin Sharma. L'accenno alla Ferrari faceva presagire un libro ironico, divertente, che magari dicesse le solite cose ma in un modo meno ordinario, più ironico, chissà!
E invece no.
Sono veramente le solite cose dette nella solita maniera. Quali "solite cose"? Beh, la solita paccottiglia new age, mischiata ad un pot pourri di discipline orientali, mescolando tecniche indiane, giapponesi, cinesi, consigli di buon senso e suggerimenti semplicissimi per arrivare ad una vita appagante, liberi dalla schiavitù del lavoro, ricchi, felici e addirittura...ringiovaniti!! Uno scherzo, dice l'autore tramite il protagonista del suo romanzo-saggio: trova più tempo per te, non farti triturare dal lavoro, dedica più tempo ai figli, concentrati sul presente, aiuta gli altri, definisci chiaramente i tuoi obiettivi.
Ah, e io, cretina, che non lo avevo mai fatto!! Che ogni mattina mi scapicollo al lavoro dopo aver lanciato il mio bimbo all'asilo, che ho l'ansia se non riesco a terminare il mio lavoro per le giuste scadenze e arrivo a casa stanca morta e con poca, se non nulla, voglia di giocare a con mio figlio. Eppure, leggendo questo libro, parrebbe tutta colpa mia: sono una vera incapace, incapace di gestire il mio tempo, le mie occupazioni, i miei stati d'animo, tutto.
Lì per lì la voglia è stata di buttare questo libro dalla finestra o rifilarlo a qualche "amica". Poi mi sono detta...ma..e se avesse ragione lui, l'autore (che, guarda caso, di professione non fa il monaco, ma il personal coach, cioè, per miserrime cifre, aiuta gli altri a riordinare la propria vita, insomma, un santo)? Se almeno ci provassi, a prendere le cose con un più mistico distacco, se provassi a non affannarmi per tutto, se dedicassi parte del mio tempo ad analizzare la mia giornata e a pensare a cosa vorrei veramente realizzare in questo breve tempo chiamato vita? Vorrò mica fare dichiarazioni dei redditi per tutta la vita? A pensarci bene, la cosa mi sconvolge: ecco perchè, in fondo, non mi ci sono mai soffermata più di tanto sul "come" passo le mie giornate e come mi guadagno il pane! E ora che ci ho pensato, sapete che faccio? Vendo la mia Ferrari e me ne vado sull'Himalaya! Non mi cercate.



mercoledì 22 aprile 2009


E restando sempre in tema di scuola mi viene in mente un pensiero: le mense scolastiche.
Fanno schifo. O almeno le mense scolastiche che conosco io, e cioè quelle delle scuole primarie dell'infanzia e della scuola materna (in parole povere, degli asili nido e degli asili dai 3 ai 6 anni). O meglio, sono perfette, equilibrate, studiate da dietisti con tanto di diploma, sane, genuine, attentamente bilanciate con un esatto apporto settimanale di carboidrati, verdura, frutta e proteine, così come prescritto dalla sanissima "piramide alimentare". Aboliti quasi completamente i grassi, i fritti, il sale; tutto con il medesimo sapore: di nulla. Il cibo che viene propinato ai nostri bambini non ha alcun sapore nè odore, è semplicemente poco più che bollito, non stuzzica il palato, specialmente in età in cui il rapporto col cibo è in genere abbastanza disastroso, le verdure vengono rigorosamente servite lesse, sia che si tratti di spinaci, zucchini, carote o qualsivoglia altra verdura, e il sale è in quantità così modiche non insaporisce per nulla queste tristissime vivande. Risultato: i bimbi avanzano praticamente tutto, a parte il primo, sempre gradito se in bianco. Qual è infatti, il bimbo di età media 4/5 anni che si butta a capofitto su un piatto di spinaci bolliti senza sale o di carote "rapè" (crude e tagliate, praticamente) o sul sedano rapa in insalata (ma senza quasi olio e sale)? Un bimbo marziano, sicuramente! E infatti il cibo resta per la maggior parte nel piatto, e quando andiamo a prendere i nostri pargoli per merenda ci implorano ...una fetta di salame, o dei salatini (il mio mi chiede queste cose!!), o un po' di nutella! E noi, sapendo che a pranzo hanno praticamente fatto digiuno, a cena li rimpinziamo di cotoletta impanata, ovetto al padellino (orrore: col burro!) e torta (confezionata: la preferita dei bambini, che quasi mai gradiscono le casalinghe torte della mamma, alte sei dita e soffici come uno pneumatico sgonfio). Così, i cibi che la nostra scuola non si vuole assumere la responsabilità indicibile di servire ai nostri figli, vengono ingurgitati la sera, quando invece si dovrebbe stare belli leggeri per favorire il riposo. Ma non sarebbe ora di smetterla con questo eccesso di cazzate salutistiche? Non hanno il diritto anche i bimbi, al pasto di mezzogiorno, quello a cui si arriva più affamati e che deve fornire il carburante per tutto il pomeriggio, ad assaporare qualcosa di gustoso, di un minimo condito, che stuzzichi il loro svogliato appetito? Le nostre autorità scolastiche, nel voler evitare che i bimbi mangino "porcherie", hanno trovato il modo di risolvere alla radice il problema: i bimbi non mangiano niente!

martedì 21 aprile 2009

Vedete questa bella immagine? Recita " No kappa - Io scrivo in italiano".  Magari non farò (più) parte dei giovani che scrivono "sei" (cioè voce del verbo essere, seconda persona singolare, tempo presente, modo indicativo) con un "6" o che scrivono "che" (il quale) tramite un Ke, ma in fondo perchè dovrei farlo? Il mio vecchio "ottimo come forma e contenuto " regolare che prendevo al liceo in italiano e  latino me lo impedisce. E ora ho trovato un libro, in realtà non sulla lingua italiana ma sulla scuola italiana, interessante e amaramente vero. E' di Paola Mastrocola e si intitola "la scuola spiegata al mio cane".  In una pagina leggo: "Io non voglio vivere in un mondo dove la metà della gente scrive " un po'  " senza apostrofo e l'altra metà lo scrive con l'accento!" L'autrice, una insegnante torinese , si riferisce in realtà alla letteratura italiana, che però non può non prescindere dalla lingua italiana, dalla corretta lingua italiana. Ricchissima, con mille sfumature e sfaccettature,  così lontana da quell'inglese di cui ci andiamo vantando di saper parlare, capire, utilzzare, che poi non è neanche "vero" inglese, perchè ripulito da tutte quelle forme idiomatiche o altre particolarità che,  quando le sentiamo pronunciare da un Vero inglese non ci capiamo nulla: parliamo un semplice inglese internazionale (come se l'inglese non fosse già abbastanza semplice, di per sè), da lavoro, modellato su una sintassi molto semplice (pardon, avrei dotuto scrivere "essenziale" o "efficace"), con un vocabolario settoriale (del settore che ci riguarda, nel 99 per cento dei casi il settore è amministrativo o commerciale) e con un accento alla Sandro Paternostro (pace all'anima sua!), cioè senza un minimo della nenia, un po' noiosa, tipica dell'inglese vero. Un inglese finto! E ne andiamo pure fieri! Quando Claudio Baglioni era ancora un po' borgataro, cantava una canzone che diceva "viva l'Inghilterra, ma perchè non sono nato là..". Ecco, mi sembra che ci facciamo la figura di tanti piccoli borgatari  che sognano la mitica Avalon, dei poveracci, ecco. E già Carosone cantava "tu voi fà l'Americano, ma sei nato in Italyyy...sient'a mme, nun ce sta nient'a fà, okkey napulita'.."

giovedì 16 aprile 2009

Il mare.
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Non serve

mercoledì 15 aprile 2009

Come promesso, ecco un'opera prelevata dal sito www.agostinoarrivabene.it.
Lui è il pittore vero, quello di professione e di passione di cui al mio post precedente, ma soprattutto mio amico (nonostante non ci vediamo da lustri et decenni) e me ne vanto. Me ne vanto perchè Agostino non è un imbrattatele, come quelli che conosco io, e come me stessa, in fondo, pittrice dilettante della domenica, anzi, del giovedì sera, quando vado, come la classica Fantozzi, al circolo dopo-lavoro dell'azienda in cui lavoro(una a caso..). Agostino è bravo veramente, e già da piccolo disegnava figure in movimento perfettamente, con tanto di paesaggio di contorno. Ricordo di aver letto una frase detta da Picasso su se stesso che suonava più o meno così: "a 13 anni dipingevo come un pittore adulto; ci ho poi messo tutta la vita a disegnare come i bambini" (prova ne è il dipinto "la prima Comunione" dipinto appunto da Picasso a 14 anni: andatevelo a vedere).
Ecco Agostino io lo ricordo così: da bimbetto, senza lezioni, senza esercizio, solo per il suo talento, disegnava già perfettamente la figura umana, figuriamoci il resto.
Complimenti ad Agostino  per il talento, di cui non si ha merito, ma maggiormente per il fatto di averlo curato  e approfondito. Non mi oso fare commenti sulla pittura di Agostino: Cézanne ormai è "andato" e non mi può più cazziare, ma Agostino, per fortuna, no!  Chi guarda il suo sito giudicherà da se stesso.


martedì 14 aprile 2009


Su Facebook ho ritrovato, oltre a Paola,  di cui al post precedente, anche un altro "vecchio" amico, sempre dal vivaio di spotorno. 
Agostino.
Lui è un pittore, un pittore VERO; mica come me. Lui è un professionista, fa solo quello, lo fa di mestiere e di passione. Con tanto di mostre, recensite da Sgarbi, e menzioni varie su riviste specializzate tipo "Arte Mondadori" etc. etc. Se Agostino mi darà il permesso, indicherò anche l'indirizzo del suo sito ufficiale perchè tutti possiate avere un assaggio della sua bravura (p.s. per Paola: è il cugino di Elena, ricordi?)
Ma non è per i quadri ora che parlo di Agostino ma perchè lui ha introdotto, su Facebook, un "argomento" che mi ha sempre interessato. 
Rol.
Gustavo Adolfo Rol.
Nutro un'ammirazione e un ..timore reverenziale sconfinato per questo....uomo...ormai anche lui diventato uno "spirito intelligente", espressione che indicava la sua filosofia e a lui cara, da diversi anni, ma che ha lasciato una impronta indelebile nel panorama del paranormale.
"Se ne parli anche male, basta che se ne parli", no, argomentava Machiavelli.
E per Rol di sicuro è  così.
I suoi detrattori nel tempo sono stati infiniti, primo tra tutti Piero Angela, così come i suoi "sostenitori" (il premio nobel per la fisica Rubbia, Fellini, Einstein .. eh, sì, Rol era vecchiotto!)
ma nessuno ancora è andato a fondo della sua ricerca, dei suoi esperimenti, come lui li chiamava. Secondo Rol, tutti abbiamo, chi più, chi meno, le doti, le potenzialità per fare ciò che lui fece, solo con l'applicazione costante e la dedizione assoluta e continua.
Come lui fece, dedicando una vita intera solo alla ricerca di un contatto, di una relazione tra le cose, tra i colori, le note, e tutto ciò che ci circonda. 
Anche Rol era un'artista. E non solo perchè era un buon pittore, anche se non professionista, ma perchè a me,  e come penso a molti, dà un'impressione di speranza. Leggendo dei suoi esperimenti, ci si convince che c' è qualcosa oltre, chiamiamolo Dio, chiamiamolo trascendente, chiamiamolo energia o spirito intelligente. Ma c'è qualcosa. E qualcosa rimane, di noi e dopo di noi. Non siamo così soli, gli amici, i genitori, quelli che ci hanno preceduto dall'altra parte non sembrano essere così lontani o addirittura non più esistenti. Personalmente, quando sono giù di corda, e ripenso ai miei genitori, alla mia amica Paola e ad altri che non sono più qui, prendo uno dei tanti libri su Rol che ho e leggo. E mi sembrano di nuovo un po' vicini. Fosse anche solo per questo,  grazie Rol:  questa è la tua arte.

lunedì 13 aprile 2009

Un quadro.
Non mio.
E' Cézanne, il ponte di Maincy.
Da quando l'ho visto la prima volta in foto, ancora meno che ragazzina, Cézanne è il mio pittore del cuore. E lo è tuttora. 
La foto non rende giustizia alla luminosità indescrivibile   delle infinite tonalità di verde  stese a "pacchetti", a piccoli blocchettini che si fondono armoniosamente e che fanno di un soggetto trito e ritrito, come un ponte su un corso d'acqua,  un'opera straordinaria e moderna, come ho anche potuto ammirare dal vero in una mostra nella sua città natale, Aix. Un vero genio, Cèzanne; non dotato di particolare talento nel disegno, nella linea, è invece maestro nel "disegnare dipingendo", cioè di arrivare alla forma, appunto, al disegno, tramite il colore,  quel colore della natura, della sua Aix -en-Provence, che rende uniche le sue tele.
Non mi piacciono le sue nature morte, per quanto studiate e sofferte ( a volte studiava il soggetto per giorni interi, prima di iniziare il dipinto) nè tantomeno le sue figure che, per quanto sublimate e asessuate (tutte le serie delle "bagnanti") mi ricordano effettivamente degli ippopotami, per dirla con i suoi detrattori.
Ma è una gioia per gli occhi guadare e ammirare i suoi paesaggi, il verde luminoso e cangiante dei prati e dei boschi, l'azzurro intenso del mare di Marsiglia,  la luce del suo Mont Saint Victoire, immortalato decine e decine di volte ad ogni ora del giorno, in ogni stagione.
Non è il soggetto che conta, ma la ricerca del colore, delle forme, dell'unione del soggetto principale con l'ambiente circostante, per formare un dipinto che sia un tutto unico, soggetto e ambiente.
Bravo. 
Anche quando tutti gli dicevano che faceva schifo e persino il suo migliore amico, Zola (che evidentemente era un manico in letteratura ma un po' meno in pittura) lo ridicolizzò in un suo scritto, lui continuò nella sua ricerca del colore e dei volumi. E il tempo gli ha dato ragione.

sabato 11 aprile 2009


Ho appena finito di leggere un libro: l'autrice è l'australiana Debra Adelaide e il tomo si intitola "la manutenzione della vita vera" ma il titolo in lingua originale è "the household guide to dying". Forse, se avessi letto subito il titolo in inglese non lo avrei comperato, anche perchè io ho un modo particolare di scegliere i libri: vado in genere alle Bancarelle di Via Garibaldi, qui a Torino, o meno spesso, per motivi di parcheggio alla libreria di Via Roma, e chiappo un libro qualsiasi che mi ispiri un minimo; apro alcune pagine a caso e cerco un..."segno del cielo", un qualcosa, un riferimento magari ad un momento particolare della mia vita, o a un nome, a un episodio, insomma, un qualcosa che mi dica.. "ecco, sono io, sono il libro per te, prendimi!".
Quando ho aperto questo libro, come prima cosa ho letto: "... hai due possibilità: o consideri la cottura lenta un'occasione per rallentare la tua vita, per esempio non correre più a lavorare ogni mattina, smettere definitivamente di lavorare, sedere fuori a goderti i tramonti ... o butti via la pentola di terracotta e ti godi il momento presente..." Eccole, le tre parole magiche: "non correre più a lavorare ogni mattina"! Visto che in questo periodo il mio unico pensiero fisso pare essere "come fare soldi senza dannarmi l'anima per andare al lavoro e facendo magari pure quello che mi piace", ho pensato che questo era il libro per me in quel momento! E l'ho preso subito, l'ho comprato senza esitare. Ma ora che l'ho comprato, spero proprio che NON sia un libro per me e non mi mandi alcun segnale divino: è una storia triste, per quanto condita di sarcasmo e ironia, che condensa la storia di due morti. Ma l'autrice ha avuto un colpo di genio, e trasforma questi eventi in una....guida pratica! Divertente, nella sua amarezza di base!
E brava Debra, per la bella pensata!

mercoledì 8 aprile 2009

Il "mio" maestro di reiki (detesto usare il termine "mio" per dire il "mio" parrucchiere, il "mio" terapista et similia, mi sembra che questo modo di dire esprima solo il senso della piccolezza di chi vuole ostentare una intimità con un altro soggetto ad altri non concessa, un privilegio tutto suo concesso per le proprie particolari ed uniche doti, ma nello stesso tempo non mi viene in mente un altro termine così immediato per indicare il maestro da cui sono andata a prendere lezioni di reiki!), alla fine della lezione, verso mezzanotte, nella splendida villa della collina torinese che ospita il suo corso, davanti a un cesto di invitanti pagnottine di farina integrale, noci e uvetta fatte da lui stesso ed a due mega thermos di infuso di fiori e thè verde caldi al punto giusto, ci racconta una storiella: un monaco, davanti a un gruppo di studenti, prende un barattolo di vetro e lo mette davanti a sè. Poi, prende delle grosse pietre, e comincia a metterle dentro, finchè non ce ne stanno più. Poi chiede agli studenti : "ci sta ancora qualcosa?" "No", rispondono loro. Allora il monaco prende della ghiaia e la fa scivolare dentro, negli spazi lasciati dalle pietre, e riformula la stessa domada agli studenti: "ci sta ancora qualcosa?" Gli studenti, che han capito, rispondono, "probabilmente sì, ci starà ancora qualcosa". Il monaco allora prende della sabbia e la fa scivolare nel barattolo, poi aggiunge ancora dell'acqua, finchè il barattolo non è completamente pieno. Finito ciò chiede agli studenti: "qual è la morale di ciò che avete visto?" e quelli rispondono: "che non conta quanto ti impegni, potrai sempre fare di più". Ma il monaco replica: "no, la morale di questo barattolo è che se non metto per prima le pietre, non le potrò mai più mettere."
E noi? Quali sono le nostre "pietre"? I nostri sogni, il tempo per noi, per i figli, i nostri ideali o le nostre aspirazioni. Queste sono le cose a cui dare la precedenza; se riempiamo la vita con le piccolezze, le cose minori, con la ghiaia o la sabbia, non avremo più modo di pensare alle cose veramente importanti, alle pietre. E non avremo più modi di dedicarvici.

La scrivo così come lui ce l'ha raccontata. Bella, vero? Bisognerebbe tenerla a mente, però!
Un acquerello.
Un mio acquerello.
Anche lui fa parte della mia ordinary life! ,.)